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Curiosità

Armamenti nucleari

Panoramica sugli armamenti atomici

La prima bomba atomica della storia fu realizzata presso i laboratori di Los Alamos nel New Mexico nel 1945, nell’ambito del “Progetto Manhattan”, ad opera di un team di ricerca multinazionale guidato dal fisico Robert Oppenheimer. Tale progetto era ritenuto essenziale per vincere la guerra contro il Terzo Reich, che a sua volta aveva iniziato a condurre ricerche sull’arma atomica. Il 16 luglio 1945 esplose la prima bomba nucleare a fissione sperimentale nel deserto di Alamogordo e circa tre settimane più tardi vennero sganciati gli ordigni su Hiroshima (6 agosto) e Nagasaki (9 agosto), provocando la resa del Giappone e ponendo fine al secondo conflitto mondiale. “E’ una bomba atomica. E’ un imbrigliamento dell’energia basilare dell’universo. La forza da cui il sole trae la sua energia (…). Con questa bomba abbiamo aggiunto una nuova e rivoluzionaria capacità distruttiva per aumentare la crescente potenza delle nostre forze armate (…). L’energia atomica può esercitare ora una potente ed efficace influenza per il mantenimento della pace mondiale”: così il presidente Truman, nella dichiarazione del 7 agosto 1945, descrive la terrificante arma utilizzata il giorno prima contro la città giapponese di Hiroshima. Nel secondo dopoguerra, l’arma atomica venne adottata da tutte le principali potenze vincitrici. Il 29 agosto 1949, l’Unione Sovietica effettuava la sua prima esplosione sperimentale con un ordigno al Plutonio. Ora anche l’Urss possedeva la bomba. Comincia a questo punto la corsa agli armamenti nucleari tra le due superpotenze. Mentre inizia il confronto tra Usa ed Urss, Gran Bretagna e Francia si muovono per entrare anch’esse nell’esclusivo club nucleare. La prima a riuscirvi è la Gran Bretagna: mentre collabora al programma statunitense, inizia nel 1945 un proprio progetto mirante alla produzione di bombe al plutonio. Il 3 ottobre 1952 riesce ad effettuare in Australia la sua prima esplosione sperimentale.
Nel 1960 i paesi in possesso di armi nucleari passano da tre a quattro, quando la Francia fa esplodere nel Sahara la sua prima bomba nucleare al plutonio. Ciò è stato reso possibile grazie al programma militare che, varato segretamente nel 1953, le permette di effettuare nel febbraio 1960 l’esplosione sperimentale citata. Altri paesi premevano intanto per entrare a far parte del club nucleare. La prima ad entrarvi con forza fu la Cina. L’idea che anch’essa dovesse possedere l’arma atomica nacque a Pechino durante la guerra di Corea (1950-1953), ma bisognerà aspettare fino al 16 ottobre 1964, quando verrà fatta esplodere la prima bomba all’uranio ed il 14 giugno 1967 per la prima bomba H. In seguito a tali sviluppi si creò un clima da “guerra fredda” e di “equilibrio del terrore”, in cui i due blocchi erano consci della possibilità di distruggersi a vicenda con il solo utilizzo delle armi atomiche (dottrina della “mutua distruzione assicurata”). Per circa un decennio dopo la fine della guerra si costruirono in entrambi i blocchi unicamente reattori militari ed armi nucleari, sviluppando vettori sempre più potenti e precisi.
Fu solo nel 1953 che gli americani lanciarono il programma “Atoms for Peace”, destinato alla costruzione di reattori nucleari civili per la produzione di energia elettrica. L’obiettivo era quello di ammortizzare e mettere a profitto gli enormi investimenti fatti nella costruzione dell’arsenale militare nonché di creare una ulteriore fitta rete di dipendenza degli altri paesi dalla propria tecnologia. E’ in questi anni che compaiono sullo scenario internazionale le grandi compagnie USA, che ancora oggi controllano la maggior parte del mercato dei reattori civili: la GE - General Electric, la Westinghouse, la Babcock & Wilcox, la Combustion Engineering. Ed è in questi anni, nel 1956, che in seno all’ONU viene costituita l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (AIEA, con sede a Vienna). Attualmente i principali paesi che dichiarano un arsenale nucleare, facendo parte del c.d. “Club dell’atomo”, sono i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (USA, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna) oltre Pakistan, India ed Israele. Gli unici paesi al mondo che hanno pubblicamente rinunciato al possesso di armi atomiche sono il Sudafrica, il Brasile, l’Ucraina, il Kazakhstan e la Bielorussia.

Tipi di armi nucleari

Esistono diversi tipi di ordigni nucleari, e sono quasi tutti delle bombe. La loro potenza, superiore a quella di qualsiasi altro esplosivo chimico, viene misurata in kilotoni (1 kt è uguale a 1.000 tonnellate di tritolo) ed in megatoni (1 mt corrisponde ad un milione di tonnellate di tritolo). La bomba atomica (o bomba A), la prima ad essere costruita, sfrutta una reazione di fissione dell’uranio o del plutonio. Può raggiungere potenze variabili da 0,5 kilotoni ad 1,5 megatoni, con una soglia critica individuata attorno ai 10 megatoni. La bomba all’idrogeno o bomba termonucleare (o bomba H), a differenza della bomba atomica, è caratterizzata da un’energia che non deriva completamente dalla sola fissione nucleare; in questo tipo di ordigno, infatti, l’energia deriva anche dalla fusione tra nuclei di isotopi diversi dell’idrogeno: il deuterio ed il trizio. Nel test del 31 ottobre 1961 l’Urss fece esplodere la più devastante bomba H mai realizzata, che liberò un’energia equivalente a 60 megatoni, circa cinquemila volte più potente dell’esplosione di Hiroshima. La bomba al neutrone (o bomba N) è un’arma nucleare che affida il suo potenziale distruttivo ad un enorme flusso di neutroni. L’emissione del fascio di particelle è innescata dall’esplosione di un ordigno termonucleare di potenza limitata, il quale impiega la maggior parte dell’energia liberata per rilasciare i neutroni che, essendo privi di carica elettrica, riescono ad attraversare la materia con grande facilità, non causandole danni se inanimata, ma privandola della vita se organica. Tali caratteristiche fanno della bomba N un’arma ad impiego tattico, specie per arrestare un’avanzata massiccia di mezzi terrestri (veicoli corazzati) o per colpire personale asserragliato in ricoveri o edifici cittadini.

Oltre a questi tre tipi principali di armi atomiche, vi è un’altra classe di bombe nucleari, le c.d. “bombe sporche” (“dirty bombs”). Si tratta di ordigni non a fissione (e che pertanto non possono esplodere), che contengono materiali radioattivi che vengono polverizzati da un esplosivo chimico e dispersi nell’ambiente circostante, contaminando cose e persone. I materiali radioattivi necessari alla fabbricazione di una bomba sporca – afferma l’AIEA – sono reperibili in ogni paese: si tratta del cobalto-60, dello stronzio-90, del cesio-137 e dell’iridio-192, utilizzati nelle apparecchiature radiografiche e radioterapiche e nei reattori elettronucleari. Scopo dell’arma è quello di creare panico ed allarme nella popolazione, sottoposta ad una potenziale ed invisibile minaccia radioattiva. E’ l’ordigno ideale per i terroristi: può essere preparato con materiale radioattivo “non pregiato” e quindi molto più facilmente reperibile che non il plutonio o l’uranio arricchito e soprattutto non richiede particolari conoscenze scientifiche, ma solo quelle, molto diffuse, per fabbricare una bomba convenzionale. L’esplosione di una bomba sporca avrebbe conseguenze disastrose. Secondo una simulazione effettuata al computer dalla FAS – Federation of American Scientist, un ordigno contenente cobalto che esplodesse sulla punta di Manhattan non causerebbe immediatamente molte vittime, ma diffonderebbe la radioattività su un’area di circa 1.000 chilometri quadrati. Nella zona più intensamente irradiata, poi, il 10% della popolazione, se continuasse a risiedervi, morirebbe di cancro nei quattro decenni successivi. Praticamente l’intera New York rimarrebbe paralizzata. D’altronde, la costruzione di una bomba rudimentale a fissione non richiede grandi conoscenze tecniche: l’importante è avere a disposizione una certa quantità di materiale fissile. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) di Vienna definisce “quantità significativa” dal punto di vista della possibile fabbricazione illegale di armi nucleari 8 Kg. di plutonio e 25 Kg. di U-235 altamente arricchito (HEU). Secondo altri ricercatori, per costruire una rudimentale bomba a fissione possono bastare da 1 a 6 kg. di plutonio e da 3 a 25 Kg. di U-235 altamente arricchito (HEU). Come detto, l’ostacolo principale che si frappone alla costruzione di armi nucleari rudimentali non è tanto la mancanza di conoscenze tecniche o di strumentazione quanto la disponibilità di materiale fissile. Perciò un elemento essenziale per impedire la proliferazione nucleare è il controllo del materiale fissile e in particolare l’interdizione del contrabbando nucleare: il possibile anello debole della catena del sistema di controllo del materiale fissile riguarda infatti le testate smantellate e il plutonio già separato.

Questo problema è stato posto all’attenzione della pubblica opinione soprattutto in connessione con la dissoluzione dell’Urss e con le conseguenti difficoltà politiche, economiche ed organizzative che si sono manifestate nei paesi dell’ex orbita sovietica. Particolare preoccupazione destavano:

- la possibile creazione di più stati nucleari indipendenti tra le repubbliche dell’Urss;
- la prospettiva di un intenso traffico illecito di materiale fissile se non di intere testate nucleari;
- la possibile fuga in massa di tecnici e scienziati nucleari dell’Urss verso paesi interessati ad acquistare tecnologia nucleare.

La situazione è stata comunque tenuta sotto controllo: oltre 6.000 armi nucleari tattiche sono state trasferite da 14 repubbliche della CSI in Russia senza, a quanto risulta, incidenti di rilievo. Inoltre il Kazakhstan, la Bielorussia e l’Ucraina, hanno aderito al Trattato di Non Proliferazione (TNP) come paesi non nucleari, dichiarando in tal modo la loro esplicita volontà di rinunciare al possesso di armi nucleari.
Per quanto riguarda infine gli episodi di traffico illecito di materiale nucleare, nel periodo 1993-1997 sono stati segnalati 134 casi. La maggior parte di questi episodi risulta però di dubbia autenticità. Sono stati identificati solo alcuni significativi episodi di contrabbando nucleare che si riportano nella seguente tabella.

Se la situazione è stata fino ad ora relativamente sotto controllo non è detto che lo rimanga all’infinito, specialmente in mancanza di adeguate iniziative internazionali che affrontino i numerosi problemi aperti. In particolare, la quantità di materiale fissile presente in Russia è elevatissima e i sistemi di protezione, controllo e contabilità del materiale nucleare necessitano di significativi miglioramenti. Come stato nucleare, la Russia è soggetta al “Fissile Nuclear Material Accounting”, il protocollo individuato dall’AIEA per monitorare le installazioni e le centrali poste sotto il suo controllo. Il materiale nucleare militare non è però accessibile alla supervisione delle autorità civili russe, precisamente l’Ispettorato Federale sulla Sicurezza Nucleare e di Radioprotezione (GAN) né a quella dell’AIEA. Ciò non significa che la protezione del materiale nucleare offerta dai militari sia insoddisfacente, significa solo che molte informazioni risultano inaccessibili. A tale proposito, è da mettere in evidenza che il traffico illecito di materiale fissile può essere destinato sia a paesi che aspirano a diventare una potenza nucleare sia a gruppi terroristici. Inoltre, il trasporto illegale in quantitativi che siano significativi dal punto di vista della proliferazione può avvenire con un livello relativamente semplice di precauzioni e con complessiva facilità.

Tutto ciò non deve essere sottovalutato, anche perché nella Russia odierna il traffico illecito o semi-legale di diversi beni (tra cui gli armamenti convenzionali) è un fenomeno assai sviluppato che non sembra destinato a ridursi nell’immediato futuro. Per quanto riguarda il complesso militare nucleare, la situazione è ulteriormente complicata dalla grave situazione organizzativa ed economica in cui sono costretti a vivere tecnici e scienziati che nel precedente regime godevano di ben altri privilegi. Lo stesso si può dire del settore nucleare civile: risulta quindi conveniente anche contrabbandare gli scarti radioattivi, le sostanze radioattive per ricerca medica o persino i combustibili freschi (uranio debolmente arricchito, denominato LEU, che contiene l’isotopo U-235 al 3-6% di arricchimento), anche se tutto ciò ha basso valore commerciale. Il contrabbando di materiali radioattivi è condotto generalmente da persone poco qualificate e preparate. Si tratta di personaggi con scarsa capacità di prendere precauzioni, che non hanno un compratore e che sono intercettati più facilmente. Ad esempio, per quanto concerne la sola Polonia, nel 1996 sono stati scoperti ai suoi confini 18.995 casi di trasporto illegale o irregolare di sostanze radioattive. Per fare un confronto, si pensi che nel 1992, i casi scoperti furono solo 148.

E’ necessario ora – per completezza - dare alcuni cenni sugli effetti di una esplosione nucleare, che è molto diversa, sia quantitativamente che qualitativamente, da una convenzionale. Il primo effetto, chiaramente visibile, è il c.d. “fungo atomico”: una colonna di vapore, residui e detriti che si solleva per molti chilometri dall’epicentro dell’esplosione. Oltre al calore ed all’onda d’urto, comuni a tutte le esplosioni, vi sono delle caratteristiche tipiche delle esplosioni nucleari: 1) il “lampo”: l’innesco della reazione a catena genera una quantità enorme di fotoni, che formano un lampo di luce istantaneo, intensissimo, visibile perfettamente anche da migliaia di chilometri, la cui intensità è tale da accecare permanentemente chiunque osservi l’esplosione; 2) l’ ”impulso elettromagnetico”: durante la reazione nucleare avviene una temporanea separazione di cariche elettriche che genera un campo elettromagnetico istantaneo, contemporaneo al lampo; a distanza di alcuni chilometri dal sito dell’esplosione, si possono avere ancora tensioni indotte nei circuiti elettrici di molte migliaia di volt, che portano in genere alla immediata distruzione degli stessi, se non opportunamente schermati; 3) la “radioattività”: parallelamente ai due precedenti effetti, si verifica anche un fortissimo irraggiamento, soprattutto di raggi gamma. Il limite di sopravvivenza per irraggiamento radioattivo diretto da esplosione nucleare varia dai circa 4 km per una bomba A di media potenza agli oltre 6 km per le bombe H più potenti. Dopo l’esplosione la materia coinvolta nello scoppio, che è stata resa radioattiva dalla reazione nucleare e scagliata o risucchiata in aria, inizia a ricadere sul suolo (c.d. “fallout nucleare”) creando una zona di forte radioattività centrata nel punto dell’esplosione.

Per concludere, alcuni dati che servono ad inquadrare meglio il problema:

1. Dal 1945 al 1991 sono state costruite più di 128.000 testate nucleari: di queste 70.000 dagli Stati Uniti ed oltre 55.000 dall’Urss;
2. dagli anni Sessanta ad oggi si sono fronteggiati due grandi arsenali nucleari, ciascuno dei quali composto da un numero di armi stabilmente superiore alle 10.000 unità. Il massimo è stato raggiunto nel 1967 dagli USA (32.500 armi) e nel 1986 dall’Urss (forse 45.000 armi);
3. per scopi militari sono state prodotte oltre 250 tonnellate di plutonio e più di 2.200 tonnellate di uranio altamente arricchito (HEU);
4. a partire dal 1945 e fino al 1991 sono stati effettuati 2.024 test nucleari dai cinque paesi dichiaratamente dotati di arsenali nucleari, di cui 528 nell’atmosfera e 1.496 sotterranei;
5. media annua delle testate nucleari americane smantellate nel dopo guerra fredda (dal 1991 al 1995): 1.550. Per quanto riguarda l’Urss, questa ha smantellato dal 1986 armi nucleari ad un ritmo iniziale compreso tra 2.000 e 3.000 l’anno. Il ritmo è stato successivamente diminuito per attestarsi su circa 2.000 testate per anno;
6. gli Stati Uniti hanno speso per armamenti nucleari, nel periodo 1940-1996, 5.821 miliardi di dollari (valori del dollaro nel 1996).

La nuova corsa agli armamenti

Il quadro generale attuale, come afferma il fisico Angelo Baracca, è quello di una “colossale corsa agli armamenti, che non ha precedenti nella storia”. Il Pentagono, stando allo stesso ricercatore, ha promosso “una corsa sempre più frenetica per la realizzazione di sistemi d’arma nuovi, sempre più sofisticati, sia convenzionali che di sterminio”. L’obiettivo è quello di puntare ad un superamento della tradizionale distinzione tra armi nucleari ed armi convenzionali, di eliminare la “soglia nucleare”, in modo da poter passare, quasi impercettibilmente, da una guerra convenzionale ad una guerra nucleare. Un insegnamento delle guerre combattute negli ultimi dieci anni è che gli esplosivi convenzionali, trasportati da proiettili ad alta precisione, comportano un rapporto costi-effetti molto elevato. Spesso è necessario più di un vettore per distruggere un obiettivo: sarebbe più conveniente poter armare queste munizioni con un esplosivo più potente, ma una testata nucleare sarebbe sproporzionata per colpire un rifugio o un mezzo corazzato ed i suoi effetti a lungo termine renderebbero difficili la continuazione delle operazioni militari o l’occupazione del territorio. Questo è perciò uno dei motivi che spinge alla ricerca per produrre testate nucleari di “quarta generazione” a bassissima potenza, utilizzando le nanotecnologie (c.d. “low yeld warheads” o “mini-nukes”). Nel gennaio 2003 il presidente Bush ha infatti ufficialmente dichiarato che gli Stati Uniti stavano “realizzando nuove testate nucleari di bassa potenza per distruggere rifugi sotterranei rinforzati”. Tale situazione è inoltre aggravata dalla attuale dottrina militare Usa, approvata nel 2002 dal Congresso tramite la “Nuclear Posture Review”, che riformula radicalmente la strategia nucleare americana, ispirandola ai criteri di “dissuasion” (dissuasione, verso gli altri paesi per impedire che si dotino di armamenti che possano competere con la potenza militare statunitense), “deterrence-by-denial” (deterrenza attraverso il divieto, verso chi non si sottometta alla dissuasione), e “pre-emptive” (si tratta della teoria dell’attacco preventivo, contro minacce che possano essere sottratte ai precedenti filtri), annullando di fatto i fondamenti del diritto internazionale bellico. Nella prefazione ufficiale del documento si spiega che le forze strategiche Usa - le quali all’epoca della guerra fredda si basavano sulla triade nucleare dei missili balistici intercontinentali lanciati da terra (ICBM), dei missili balistici lanciati dal mare (SLBM) e dei bombardieri a lungo raggio – si basano ora su una “nuova triade”.

La sua prima componente è costituita dai “sistemi offensivi da attacco, sia nucleari che non nucleari”; la seconda componente è costituita da “difese sia attive che passive”; la terza, infine, da “una rivitalizzata infrastruttura della Difesa, che fornisce, in modo tempestivo, nuove capacità per affrontare le minacce emergenti”. Questa nuova triade è “tenuta insieme da un potenziato sistema di comando, controllo ed intelligence”. L’innovazione introdotta nella dottrina nucleare americana consiste nel fatto che, mentre le forze nucleari strategiche continuano a svolgere un ruolo vitale, esse sono integrate da “nuove capacità strategiche non nucleari”, come gli aerei senza pilota (UAV) ed i missili da crociera utilizzabili per attacchi sia non nucleari che nucleari, e da “difese sia attive che passive”. La nuova dottrina, in particolare, fornisce alla forze statunitensi “un nuovo mix di capacità nucleari, non nucleari e difensive”, conferendo loro “maggiore flessibilità rispetto alla pianificazione nel periodo della guerra fredda”. In altri termini: mentre la precedente dottrina d’impiego non lasciava altra opzione se non quella di scatenare o non scatenare la guerra nucleare mondiale (si ricordi il titolo del volume di Herman Kahn, “Thinking about the Unthinkable”, 1962, che teorizzava all’epoca condizioni e possibilità di un potenziale e vincente uso della bomba), la nuova dottrina prevede una gamma di opzioni che permette di scegliere, di volta in volta, se usare un’arma non nucleare o nucleare. La probabilità dell’uso di armi nucleari, di conseguenza, non diminuisce ma aumenta. Tutto ciò è confermato dalla pubblicazione sul “Washington Post”, nel dicembre 2002, di una direttiva segreta del presidente Bush in cui vi si afferma che “di fronte all’impiego di armi di distruzione di massa contro gli Usa, contro le nostre forze all’estero o i nostri amici ed alleati, gli Stati Uniti si riservano il diritto di rispondere con una forza schiacciante, compreso il ricorso a tutte le nostre opzioni”, tra le quali è inclusa la forza nucleare. In altre parole, “gli Stati Uniti sono pronti a rispondere con le armi nucleari a un attacco chimico o biologico contro il proprio suolo o le loro truppe d’oltremare”. “Si autorizzano inoltre – continua la direttiva – attacchi preventivi contro Stati e gruppi terroristi che siano vicini ad acquisire armi di distruzione di massa”. Viene in tal modo confermata la strategia dell’ ”attacco preventivo”, enunciata nei due documenti fondamentali della “National Security Strategy of the United States”, pubblicata il 20 settembre 2002, e, per le armi di distruzioni di massa, della “National Strategy to Combat Weapons of Mass Destruction” del dicembre 2002. Come ha osservato lo studioso americano Leffler, vi è in questo caso da parte statunitense la “ricerca di un potere preponderante”, la costruzione – cioè – di un sistema internazionale esplicitamente articolato attorno all’egemonia Usa. Gli Stati Uniti, egemoni nei confronti del mondo intero, non riconoscono alcun precedente accordo, ne negoziano uno per ogni circostanza, l’amico di oggi può essere il nemico di domani (come accade nello stato di natura nel quale non esiste certezza di nulla), e quest’ultimo forse dopodomani sarà diventato un alleato. Tanto per citare qualche esempio, è noto che gli Usa hanno rifiutato la messa al bando delle mine antiuomo, hanno disconosciuto la Corte Penale Internazionale, boicottano apertamente sia il “Trattato sul divieto di messa a punto, produzione e stoccaggio di armi batteriologiche o a base di tossine, e sulla loro distruzione” del 1972 che la “Convenzione sul divieto di messa a punto, produzione, stoccaggio e uso delle armi chimiche e loro distruzione” del 1993, rendendoli inoperanti.

Appare quindi pericoloso, in un momento come questo, il possibile superamento della distinzione tra armi nucleari da un lato e armi convenzionali dall’altro. In tal modo Washington, come afferma Angelo Baracca, “potrà superare la soglia nucleare in un conflitto quasi impercettibilmente, senza neppure richiamare troppo l’attenzione”. Ciò, anzi, potrebbe già essere avvenuto: “infatti – continua lo scienziato italiano – mentre l’evoluzione delle nuove armi di sterminio le avvicina alle armi convenzionali, l’evoluzione di queste ultime non è da meno, e le trasforma ormai in vere armi di sterminio”. L’esempio, in questo caso, è quello dell’esplosione della bomba ad alto potenziale “tagliamargherite” (FAE – fuel air explosive) che produce una specie di fungo che una persona inesperta potrebbe confondere con una mini esplosione nucleare. L’indirizzo strategico del Pentagono è dunque tracciato: costruire una nuova generazione di armi nucleari a bassa potenza, da impiegare in “small strikes”, piccoli attacchi nucleari. Non viene però escluso l’utilizzo di armi nucleari più potenti, in quanto “contro strutture sotterranee molto profonde o più grandi, sarebbero necessarie, per farle crollare, armi nucleari penetranti di grande potenza”.

Cosa significhi allora per gli Stati Uniti possedere i più potenti armamenti del mondo è ben spiegato nella già citata “Nuclear Posture Review” del 2002: l’arma nucleare non è un’arma come tutte le altre; essa è un’arma “dalle proprietà uniche”, che può essere usata per il conseguimento, oltre che di obiettivi militari, di obiettivi politici. Gli avversari del Pentagono devono sapere che “le forze militari statunitensi, comprese quelle nucleari, saranno usate per dissuaderli dall’intraprendere programmi od operazioni militari che potrebbero minacciare gli interessi statunitensi”.
Rimasti l’unica superpotenza sulla scena mondiale, “con una forza ed una influenza nel mondo ineguagliabili e senza precedenti”, gli Stati Uniti intendono conservare la loro supremazia con tutti i mezzi, compresa la schiacciante superiorità nucleare, attraverso cui – come sottolineato da “Foreign Affairs” del luglio-agosto 2002 – “una sola superpotenza, gli Stati Uniti, si mantiene chiaramente al di sopra del resto della comunità internazionale”. Gli Usa, spiega la “Nuclear Posture Review”, potenziano le proprie capacità d’attacco nucleare, tenendo conto dell’intera gamma di “eventualità: immediate, potenziali o inattese”. Le “eventualità immediate” comprendono “gli attuali e ben individuati pericoli”: essi provengono oltre che dall’Iraq (ricordiamo che siamo nel 2002), da Corea del Nord, Iran, Libia e Siria. Le “eventualità potenziali” comprendono “l’emergere di una nuova coalizione militare ostile agli Stati Uniti o ai suoi alleati, nella quale uno o più membri posseggano armi di distruzione di massa e i relativi vettori” (ad esempio, un’alleanza tra Russia, Cina ed India). Infine, le “eventualità inattese” comprendono “improvvise ed impreviste sfide alla sicurezza degli Stati Uniti. Potrebbero venire, ad esempio, da un improvviso cambiamento di regime, in seguito al quale un esistente arsenale nucleare finisca nelle mani di un gruppo dirigente ostile”.

In questo scenario come si colloca la posizione della Russia ? La Russia, ha annunciato il presidente Putin nel suo discorso alla nazione del maggio 2003, “sta sviluppando una nuova generazione di armi strategiche” (Associated Press, 16/5/2003). Tale decisione costituisce una evidente risposta all’aggressiva politica nucleare dell’amministrazione Bush. Non si capirebbe altrimenti perché Putin, nonostante la fine della guerra fredda, stia sprecando le magre risorse del bilancio federale per dotare le proprie forze strategiche di nuove armi nucleari, in funzione di deterrenza nei confronti degli Usa. La Russia – secondo l’attuale dottrina militare - deve affrontare tre gruppi di minacce oggettive: la prima minaccia è rappresentata dalla politica di lungo termine delle maggiori potenze mondiali che mira a privare la Russia dell’indipendenza, facendola implodere internamente, dal terrorismo ad essa collegato e dall’alimentazione esterna di conflitti all’interno ed alle frontiere. La seconda minaccia è il puntamento delle armi nucleari, da parte di tutti i paesi che ne possiedono, contro la Russia, e il pericolo di proliferazione nucleare. La terza minaccia è l’esistenza di potenti raggruppamenti militari lungo tutto il perimetro delle frontiere, e il loro avvicinamento alla Russia.

Una delle questioni chiave della dottrina militare, ed una delle più difficili, è l’impiego – in tale contesto - delle armi nucleari. E’ noto come l’Urss ed il Patto di Varsavia non avrebbero fatto ricorso per primi alle armi nucleari, nonostante nella dottrina militare della NATO fosse stabilito che tale organizzazione avrebbe potuto impiegarle per prima. Nell’attuale dottrina militare russa non vi sono indicazioni dirette che la Russia possa impiegare per prima armi nucleari, ma al contempo dal suo contenuto si desume che ciò potrebbe accadere. In effetti, per una Russia indebolita le armi nucleari rimangono l’unico mezzo sicuro di deterrenza strategica. Mosca non fornisce dettagli sul proprio arsenale nucleare, si sa però che sta dotandosi di due sistemi d’arma particolarmente temibili.

Il primo è il missile balistico intercontinentale SS-27 Topol-M. Dato che può essere installato anche su veicoli tenuti in movimento sulle strade, può essere lanciato in ogni momento e da qualsiasi luogo e, restando i suoi razzi accesi per un tempo minore rispetto a quello degli altri missili, il lancio è più difficilmente individuabile dai satelliti. E’ quindi adatto al “first strike” nucleare. Può inoltre essere armato con testate multiple indipendenti, fino a quattro per missile, capaci di manovrare nella fase terminale per Ilevitare i missili intercettori. L’altro temibile sistema d’arma, schierato dalla Russia, è il nuovo sottomarino d’attacco nucleare SSBN “Borei”. E’ il più grande sottomarino del mondo: 50.000 tonnellate di dislocamento in immersione, 172 metri di lunghezza. Può superare in immersione la velocità di 30 nodi e raggiungere una profondità massima di 500 metri. E’ armato di 20 missili balistici con gittata di 10.000 chilometri, ciascuno dei quali può portare fino a 10 testate nucleari multiple indipendenti. Servirà inoltre da piattaforma per il futuro SS-N-27 Bulava, versione navale del’SS-27 Topol-M. A differenza dei sottomarini statunitensi che, per lanciare i missili devono trovarsi a non più di 25 metri di profondità, l’Akula li può lanciare da 50 metri, ed è quindi meno individuabile al momento dell’attacco. e’ pertanto adatto anch’esso al “first strike” nucleare.

Un problema sconosciuto: la presenza di armi nucleari in Italia ed Europa

Le armi nucleari americane collocate in Europa si distinguono in due categorie: le armi destinate direttamente all’uso delle forze armate americane e le armi americane destinate alle forze alleate, le quali, in caso di necessità, dovrebbero usarle sui propri sistemi di lancio. Impropriamente – come sostiene lo scienziato Paolo Cotta-Ramusino – si fa riferimento a questa distinzione definendo la prima categoria di armi nucleari come “armi a chiave singola” e la seconda categoria come “armi a doppia chiave”, dove una chiave (la testata o la bomba) è posseduta dalle forze Usa e la seconda chiave (il vettore, cioè l’aereo o il missile) è posseduta dalle forze del paese ospitante. Questa nomenclatura è impropria perché è evidente che le armi a doppia chiave possono rapidamente trasformarsi in armi a chiave singola: basta cambiare il vettore. A tale proposito va ricordato brevemente il contesto in cui, sin dalla fine degli anni ’50, si è proceduto all’installazione di armi nucleari americane sul territorio di paesi alleati. Innanzitutto esistono accordi-quadro di pubblico dominio, denominati “Accordi per la cooperazione nell’impiego dell’energia atomica a scopo di reciproca difesa” (“Agreements for Cooperation on the Uses of Atomic Energy for Mutual Defense Purposes”). L’Italia ha firmato un tale accordo il 3 dicembre 1960. Allegato all’accordo vi è poi un “Programma di cooperazione” (“Program of Cooperation”) segreto in cui si stabiliscono le unità speciali del paese ospitante che si devono addestrare all’uso eventuale delle armi nucleari ed i tipi di armi che gli Usa assegnano all’uso delle forze del paese ospitante. E’ inoltre previsto un “Accordo sui depositi nucleari” (“Atomic Stockpile Agreement”) ugualmente segreto, dove viene indicata la locazione dei depositi nucleari, la ripartizione dei costi d’esercizio e si stabilisce che le armi nucleari devono essere custodite da unità americane (gli specialisti del “Munitions Support Squadron – MUNSS”. Ogni unità MUNSS è composta da circa 110 militari, responsabili della sicurezza fisica degli ordigni, del controllo e della allocazione delle armi nei depositi. Tutti i reparti MUNSS fanno capo al “38^ Munitions Maintenance Group – MMG”, con sede nella base aerea di Spangdahlem), mentre la sicurezza esterna dei depositi deve essere garantita dalle forze di sicurezza del paese ospitante.

In tale quadro, il problema della presenza di armi nucleari in Italia è ancora largamente sconosciuto. Secondo Hans Kristensen, specialista del Natural Resources Defense council (NRDC), nelle basi americane in Europa sono ancora presenti 480 bombe nucleari, dislocate in Germania, Gran Bretagna, Italia, Belgio, Olanda e Turchia (vedi tabella). In Italia ve ne sarebbero 50 nella base di Aviano (Pordenone) ed altre 40 in quella di Ghedi Torre (Brescia). Sono tutte del tipo a gravità indicato dal Pentagono come B61 in tre versioni (B61-3; B61-4; B61-10), la cui potenza varia da 45 a 170 kilotoni.

Circa 300 della 480 bombe sono assegnate per l’utilizzo da parte di aerei Usa dislocati sul territorio dei singoli paesi ospitanti, del tipo F-15E ed F-16D. Le restanti 180 sono in consegna ai cinque paesi NATO del Belgio, Olanda e Turchia (montate su F-16) e della Germania ed Italia (montate su PA-200 Tornado). Nella base aerea di Ghedi Torre risulterebbe inoltre operativo un gruppo di volo su Tornado “nuclear certified”, le cui missioni, cioè, includono l’uso eventuale di bombe nucleari su obiettivi stabiliti dalla NATO. I piloti italiani, poi, sempre secondo il citato rapporto dell’NRDC, verrebbero addestrati all’utilizzo delle armi nucleari nei poligoni di Capo Frasca (Oristano) e Maniago II (Pordenone). L’autore dello studio Hans Kristensen sostiene che “le ragioni di un arsenale nucleare così grande in Europa sono nebulose e la stessa NATO non ha una strategia chiara. Le atomiche continuano a svolgere il tradizionale ruolo dissuasivo nei confronti della Russia, e in parte servono per eventuali obiettivi in Medio Oriente, come l’Iran. Un’altra ragione è di tipo politico- istituzionale. Per l’Italia è infatti importante continuare a far parte degli organi di pianificazione nucleare della NATO, per non essere isolata in Europa”. Come evidenzia in un intervento sul “Corriere della Sera” del 28 aprile 2005 Robert McNamara, ex segretario della Difesa Usa ai tempi della crisi dei missili di Cuba e della guerra in Vietnam, “è tempo che gli Stati Uniti abbandonino l’atteggiamento da Guerra Fredda nell’utilizzo delle armi nucleari come strumento di politica estera. A rischio di apparire semplicistico e provocatorio, definirei l’attuale politica degli Stati Uniti in materia di armamenti nucleari immorale, illegale, militarmente non necessaria e tremendamente pericolosa. Il rischio di un lancio nucleare accidentale o involontario è così elevato da essere inaccettabile. Lungi dal ridurre questi rischi, l’Amministrazione Bush ha dichiarato l’intenzione di mantenere l’arsenale nucleare degli Stati Uniti come principale sostegno del suo potere militare, intenzione che sta erodendo le normative internazionali che hanno arginato la diffusione di armi nucleari e materiali fissili per cinquant’anni (…). Il mantenere quantitativi consistenti di armi nucleari in stato di allerta indica chiaramente che gli Stati Uniti non stanno lavorando seriamente all’eliminazione dei loro arsenali e solleva interrogativi sulle ragioni per cui qualsiasi altro stato dovrebbe contenere le proprie ambizioni nucleari. Nell’agosto 1945 gli Stati Uniti sganciarono una bomba atomica su Hiroshima. Circa 80.000 persone morirono all’istante; il numero salì poi a 200.000. Perché morirono tanti civili ? Perché i civili, che costituivano quasi il cento per cento delle vittime di Hiroshima e del successivo ordigno sganciato su Nagasaki, si trovavano sfortunatamente in prossimità degli obiettivi militari ed industriali giapponesi. Ecco in sostanza cosa fanno le armi nucleari: colpiscono indiscriminatamente, bruciano ed emanano radiazioni con velocità e finalità a dir poco inimmaginabili”. Successivamente, McNamara sottolinea il rischio di utilizzo degli ordigni nucleari in conseguenza di equivoci, incidenti ed errori di calcolo e l’esempio che porta è la crisi dei missili di Cuba (ottobre 1962), quando il mondo fu ad un passo dal disastro nucleare. “La combinazione di fallibilità umana ed armi nucleari – spiega il politico americano – comporta un rischio elevatissimo di catastrofe nucleare. Non è possibile ridurre il rischio a livelli accettabili, se non azzerando la politica della tensione nucleare prima ed eliminando del tutto o quasi le armi atomiche poi. Gli Stati Uniti dovrebbero agire immediatamente in questa direzione, collaborando con la Russia”. Il rischio di proliferazione nucleare è un rischio complesso in cui si fondono aspetti politici generali, conflittualità locali, aspetti ideologici e la disponibilità concreta di materiale nucleare. Tutti questi elementi saranno certamente all’ordine del giorno del dibattito internazionale del prossimo futuro.

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