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Imprenditoria italiana

Il gioiello delle telecomunicazioni italiane, ribattezzato anche  la “madre di tutte le privatizzazioni”, messa in opera proprio da Prodi durante il suo primo  governo, rischia ora di perdere il controllo nazionale e passare ai due colossi d’oltre-oceano, togliendo così al nostro paese anche l’ultimo gruppo di telefonia nazionale.

Strano parlare e ancor più strabico operare del nostro capitalismo rampante: in dieci anni i profitti sella “razza padrona” sono aumentati del 15%, mentre il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti e delle famiglie si è quasi dimezzato, con i salari “aumentati” ( si fa per dire!) di un mezzo punto in meno l’anno rispetto all’inflazione reale ( ovvero quella ufficiale più quella “percepita”).

Ma dove sono finiti i soldi, tanti, degli imprenditori, finanzieri, banchieri italiani? Non certo in nuovi investimenti industriali o nella tanto osannata ( sempre da Montezemolo) innovazione tecnologica di prodotto e di produzione! I soldi sono finiti in investimenti immobiliari, nei “tesoretti” finanziari, dalla borsa ai fondi italiani e stranieri, nelle acquisizioni di società bancarie nazionali ed europee. E meno male che la ripresa tedesca e francese hanno aiutato le esportazioni italiane, mentre i bassi salari, l’assenza di rinnovi contrattuali di tutte le maggiori categorie lavorative e l’elevata pressione fiscale ( come denuncia anche Bankitalia, arrivata al 42,8%, record in dieci anni!) hanno fatto il resto, per rendere competitivo il sistema produttivo italiano e risanare le esangui casse del tesoro.

Insomma, niente di nuovo sotto il sole tiepido della penisola più disastrata d’Europa: la “razza padrona”, fortunata definizione di Scalari di tanti decenni fa, è sempre la stessa. Bussa a danari alle porte del tesoro italiano, guarda con supponenza e un certo malcelato fastidio i tanti risparmiatori che investono in borsa e non solo nei titoli di stato, impone con il controllo dei media un’agenda sull’uso dei risparmi pubblici che dovrebbe aiutare sempre le loro imprese o, al massimo, ridurre l’enorme debito pubblico, anziché ridurre le tasse e alzare i livelli salariali Nel frattempo, però, mentre gli altri partner europei si rafforzano a livello industriale con acquisizioni tra imprese di settori analoghi o con investimenti pubblico-privati per l’innovazione tecnologica e scientifica, i nostri “capitani coraggiosi” se la passano la domenica sugli spalti degli stadi italiani o al largo delle coste sugli yacht inzeppati di “veline” e quant’altro.

Alla fine, però, i nodi vengono al pettine! Le classi medie produttive, le famiglie monoreddito con figli, gli artigiani, i piccoli imprenditori innovativi si allontanano dalla politica, sfiduciati dallo stesso governo di centrosinistra che hanno votato ( basta leggersi ogni settimana i sondaggi e le analisi del valido Diamanti su Repubblica, per capirne di più).

E, intanto, i “gioielli di famiglia” rischiano di scappare di casa!

Telecom potrà anche finire al colosso americano AT&T e al suo alleato messicano di American Movil, è nel gioco della globalizzazione e del libero mercato dei capitali e delle imprese. A vendere sarà l’ex-principe ereditario del capitalismo italiano, l’erede spirituale degli Agnelli, quel Tronchetti Provera che si impossessò della Telecom per quattro euro (si fa per dire!), su richiesta del governo Berlusconi, dopo aver venduto agli americani la più grande società mondiale di costruzione di fibre ottiche, guadagnandoci alcune migliaia di miliardi di lire direttamente sul suo conto. Oggi quel settore dei cavi ottici, in cui eravamo leader, è al top della produttività, così come l’intreccio telecomunicazioni-internet-televisione è il business del futuro immediato: e Telecom, grazie alla sua posizione dominante di ex-monopolista pubblico, è in prima fila in questo settore ad alta redditività ( ha anche nel suo portafoglio due reti televisive, attraverso Telecom Italia Media).

Tronchetti, però, ha l’incubo da sempre di dover far fronte ai 37 miliardi di euro di debiti, pur controllando attraverso le cosiddette “scatole cinesi”  solo il 18% di Telecom, insieme ai Benetton: una voragine che non è diminuita di molto da quando rilevò il colosso dalle mani di un altro “capitano coraggioso”, Colaninno. E così vende, ottenendo introiti personali per migliaia di miliardi di euro, giocando al rialzo tra i contendenti americani e le banche italiane, creditrici e azioniste di Telecom, che vantano il diritto di prelazione nell’eventuale acquisto.

E’ inutile strapparsi le vesti sui campioni italiani, come fa la sinistra italiana: il processo di globalizzazione dei mercati e delle imprese, o si gestisce risanando e moralizzando il sistema economico di casa nostra, anche con leggi fiscali e innovative, oppure si soccombe al più forte. Tutta la telefonia italiana, nata direttamente o indirettamente con capitali pubblici è ormai in mano straniere:  Wind dall’Enel è passata agli egiziani; Omnitel, grazie agli aiuti di stato per la Olivetti, è degli inglesi Vodafone; “Tre” è del cinese di Hong Kong Hutchinson Wampoa, dopo che ha acquisito le licenze dagli italiani. Piangersi addosso non serve. Per anni, Telecom ha vissuto sull’eredità di ex-monopolista, allargandosi magari in alcuni mercati esteri (per poi lasciarli, per fare cassa e ridurre l’indebitamento), senza mai preoccuparsi di fare “sistema” Italia con il settore dell’information and communications technology, come invece gli altri grandi colossi internazionali stanno facendo.

Come Autostrade (di proprietà dei Benetton, soci di Tronchetti in Telecom), altro colosso IRI privatizzato col governo Prodi-D’Alema, finita l’epoca d’oro dei facili introiti attraverso i canoni di abbonamento, dei pedaggi e delle tariffe di utilizzo a tempo, è arrivato il periodo dell’ammodernamento delle reti e delle infrastrutture, dell’innovazione di prodotto e di fornitura di nuovi servizi più selettivi e di qualità. E quindi tanti soldi da investire di tasca propria!

Ma questa “razza padrona”, purtroppo non è capace di investire per innovare: lo ha sempre fatto lo stato per lei, o direttamente o attraverso le  storiche “partecipazioni statali”, tipo IRI.

Tornare indietro, non si può! Ma si può seguire l’esempio anglosassone e nord-europeo: lanciare grandi stagioni di innovazione tecnologico e di ricerca di nuovi settori produttivi o di servizi, impegnare parte delle risorse statali insieme ai centri universitari di eccellenza e consorzi industriali di “filiera”.

Così il capitalismo democratico moderno aiuta, senza distorcere le regole del mercato, le economie nazionali. Ne’ dirigismo né neo-statalismo, ma nemmeno  idealizzazione del libero mercato alla “far west”, come in queste ore strillano i coriferi della destra berlusconiana, ovvero di quel governo che in cinque anni non ha fatto nemmeno una piccola privatizzazione, non ha messo fine alla vergogna del mercato dei servizi monopolistici locali in mano alle municipalizzate.

E poi, quale esempio possono dare gli “strilloni” di Sua Emittenza, quelli che hanno fatto leggi ad personam per tutelare gli affari di Berlusconi, uno dei dieci uomini più ricchi al mondo: colui che fa dello sciovinismo imprenditoriale la sua stessa fede mercantile. Che quando si parla di far entrare capitali stranieri nel suo impero mediatico, chiede aiuto ai potenti dello stato perché venga “difeso” il “campione nazionale” dei media!

Al governo, alle forze illuminate dell’imprenditoria, agli intellettuali, agli economisti, alle famiglie dei milioni di “tartassati” deve interessare solo che l’affare Telecom venga condotto alla luce del sole, magari con la supervisione di un Comitato indipendente di garanzia (con rappresentanti della Consob, del Tesoro, dell’Antitrust e delle Università):

- che venga ridotta la catena di controllo delle tante società finanziarie ( le “scatole cinesi”);     
- che non avvenga lo spezzatino tra Telefonia fissa e quella mobile;
-  che il settore ricerca-sviluppo e gestione risorse resti in Italia;
-  che vengano tutelati i posti di lavoro e il management di alto livello, che ancora resta dai tempi della Telecom pubblica;
-  che venga presentato un piano industriale e tariffario degno di questo nome, con una forte attenzione all’innovazione dei servizi ICT.
- E che venga scorporato societariamente, con un controllo indipendente (come avviene adesso con Guido Rossi che presiede il gruppo), Telecom Italia Media, che ha in mano i network televisivi “La 7” e MTV e l’agenzia di stampa APCom.

E, da ultimo, un consiglio affettuoso per Tronchetti Provera: una volta messi al sicuro i tanti miliardi di euro che guadagnerà dal “tesoretto” Telecom, si ritiri per un bel po’ dagli affanni imprenditoriali; si prenda un lungo periodo “sabbatico” insieme alla splendida seconda moglie Afef. Faccia riposare anche lei, lontana dai teleschermi RAI. Ne troveranno giovamento i milioni di  abbonati  Telecom  e Tim, e risparmierebbero qualcosa anche i teleabbonati della RAI. Sarebbe davvero una sontuosa uscita di scena per il “bel principe” dagli occhi azzurri della “razza padrona”!

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