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Personaggi

Silvio Berlusconi

Biografia su Berlusconi

Le teorie liberali hanno propugnato e praticano l’arte della separazione... Non ha precedenti in Paesi democraticamente più maturi del nostro una tendenza all’unificazione del potere politico col potere economico e col potere culturale attraverso il potentissimo strumento della televisione, incomparabilmente superiore a quello dei giornali che tuttavia furono chiamati il quarto potere, come quella che si intravede nel movimento di Forza Italia. L’unificazione dei tre poteri in un solo uomo o in un solo gruppo ha un nome ben noto nella teoria politica. Si chiama, come la chiamava Montesquieu, dispotismo.

Noberto Bobbio

Il caso Berlusconi mette in evidenza lo scarto grandissimo tra la realtà davanti ai nostri occhi e il ripristino pieno della legalità, che pure era stata la promessa che aveva accompagnato il tempo nuovo cominciato nel 1989. Si riproduce uno stato delle cose divenuto familiare negli anni ’80, quando l’ansia dei governanti era proprio quella di liberarsi delle regole. Davvero la parola d’ordine di allora può essere racchiusa nella frase «È legale perché lo voglio io», che venne pronunciata, all’inizio di un’altra transizione, da Luigi XVI. Il cambiamento, e la transizione che viviamo, dovevano portare con sé proprio l’abbandono di questa logica. Ma il vecchio si rivolta e il nuovo si rivela non abbastanza attrezzato per bloccare il ritorno ad abitudini che dovevano scomparire.

Stefano Rodotà


Introduzione

Si verificò in Italia, agli inizi del 1994, qualcosa che mai era avvenuto in un Paese democratico e occidentale. Un uomo, che nelle graduatorie delle ricchezze risultava fra i primi tre in Italia e fra i primi venti nel pianeta, e che aveva concentrato nelle sue mani un potere - nel campo dell’informazione - senza paragoni nel mondo civilizzato, decise di dare direttamente la scalata al potere politico. A questo scopo gettò sul campo tutta la potenza dei suoi beni, materiali e immateriali, economici e culturali. L’uomo, Silvio Berlusconi, aveva alle spalle un’ascesa economica sconosciuta in alcuni passaggi decisivi. Aveva ricevuto finanziamenti, coltivato amicizie, goduto di protezioni. Si rivolgeva tuttavia agli elettori come un uomo nuovo, vergine all’avventura della politica, innocente dei peccati e dei misfatti del vecchio regime. Come stavano realmente le cose? Valeva la pena, ai fini di una corretta informazione, di verificarlo (così come è d’uso nelle democrazie moderne, dove le biografie dei candidati a governare sono uno dei cardini del confronto politico). Valeva la pena di ricostruire e raccontare l’avventura di Silvio Berlusconi, della sua vita, delle sue amicizie, dei suoi affari.

Primi passi

Silvio Berlusconi nasce a Milano il 29 settembre del 1936. Il padre Luigi è impiegato di banca, la madre Rosa Bossi - nessuna parentela con l’Umberto - casalinga. Primi passi in uno stabile appena dignitoso in via Volturno, periferia, nebbia e cemento. A 12 anni collegio dai Salesiani. I successivi sette anni Silvio Berlusconi li trascorre tra le mura antiche e freddine del convitto di via Copernico, che ha una meritata fama di grande severità: sveglia alle 7, colazione a pane e latte, messa e lezioni. Alle 12 pranzo frugale, rosario e lezioni. Alle 9 a nanna, grandi stanzoni da 50 letti, sorveglianti che girano a turno cercando movimenti sospetti sotto le coperte. Un regime che se non ti ammazza, ti prepara alla vita. Il giovane Silvio si adatta bene. I compagni lo chiamano Mandrake, come il mago dei fumetti famoso per astuzia e trucchi magici. Silvio gioca male a pallone e a pallavolo, ma si fa rispettare quando c’è da fare a botte. “Durante le preghiere si distraeva - racconta un ex compagno di scuola, Giulio Colombo - muoveva le labbra a vuoto e pensava ad altro”. L’intelligenza inquieta del Berlusconi giovane ha già altro a cui applicarsi: “Faceva i suoi compiti in fretta –ricorda Colombo - e poi aiutava i compagni in cambio di caramelle e monete da 50 lire”. Non manca - tra i segni premonitori - anche una esperienza nel campo della comunicazione: la domenica ai Salesiani si trasmette un film e il piccolo Berlusconi si propone - e viene scelto - come aiutante dell’operatore. Ed è sempre Berlusconi a presentare gli spettacolini del doposcuola. Dopo la maturità, il giovanotto si iscrive a Giurisprudenza e nel frattempo trova impiego come rappresentante di aspirapolvere e fotografa matrimoni e funerali. Ma è solo l’inizio: a 21 anni viene assunto da una ditta di costruzioni, e nei mesi estivi si imbarca sulle navi della compagnia “Costa”: racconta barzellette ai passeggeri, canta motivi confidenziali, si fa accompagnare al piano da Fedele Confalonieri, il suo migliore amico, che lo seguirà nella scalata ai vertici dell’imprenditoria italiana. La laurea arriva nel 1961. 110 e lode con una tesi sugli aspetti giuridici della pubblicità. Vocazione? Sicuro, ma anche senso degli affari: la Manzoni, rinomata agenzia pubblicitaria, aveva infatti messo in palio un premio di 2 milioni di lire sull’argomento. Il laureando fa un figurone e intasca pure il premio. A 25 anni Silvio Berlusconi ha una laurea in tasca e un mondo intero da scalare. Siamo negli Anni ’60, boom economico, edilizia in espansione. Quando Carlo Rasini, proprietario della Banca in cui lavora il padre, gli offre un posto da cassiere, Berlusconi junior ringrazia e svicola. Suo padre è stato per trent’anni un funzionario modello, uno che prima di dare agli impiegati una matita nuova si fa restituire il mozzicone della vecchia e quando esce fa il giro degli uffici per spegnere tutte le luci. È ricco di stima e considerazione, ma la famiglia vive ancora nell’anonima dignità di via Volturno, e a Silvio questo non sta bene. A Carlo Rasini il figlio del ragionier Berlusconi ha altro da chiedere: una fideiussione per acquisto di un terreno in via Alciati, in una zona di Milano dove la campagna sta cedendo spazio ai palazzoni degli immigrati. Nell’affare l’aspirante costruttore cerca di tirar dentro Pietro Canali, personaggio già conosciuto nel campo dell’edilizia. Insieme fondano la Cantieri riuniti milanesi; nella società Berlusconi mette dieci milioni (circa 170 milioni di oggi), in parte raccattati con le crociere e gli aspirapolvere, in parte regalatigli dal padre. Il terreno, costo 100 milioni, viene acquistato con la fideiussione della Banca Rasini. Un piccolo istituto di credito, con un solo sportello a Milano, che secondo un rapporto della Criminalpol in quegli stessi anni era parte attiva nel riciclaggio del denaro sporco di quel grumo di mafia e finanza che passò alla storia come “la mafia dei colletti bianchi”. Ne facevano parte due grossi finanzieri, Antonio Virgilio e Luigi Monti. I due, stando ad alcune intercettazioni telefoniche, erano in rapporto, tra l’altro, col palermitano Vittorio Mangano; un mafioso che per un certo periodo - come vedremo più avanti –fu al servizio di Silvio Berlusconi come custode e stalliere. Racconterà lo stesso Berlusconi a Capital in una intervista del 1981: “Canali avrebbe voluto darmi una piccola partecipazione in questa società. Io però avevo trovato il terreno adatto, ottenuto le dilazioni di pagamento, curato la pratica per la licenza edilizia e conseguito la fideiussione. Mi sembrava giusto avere di più. Così un giorno mi armai di coraggio e andai da lui: “Per via Alciati mi sembrerebbe equo fare 50 e 50.” Canali mi guardò come se fossi matto e mi rispose che anche lui doveva essere matto a mettersi in società alla pari con un ragazzino. Ma aggiunse che se riuscivo a essere così sfrontato era probabile che ci sapessi davvero fare. E accettò”.
Con questo episodio da nuova frontiera Silvio Berlusconi inizia la sua strabiliante carriera. Se in quegli anni ’60 il termine “yuppie” fosse già noto, lui lo calzerebbe alla perfezione: indossa giacche doppiopetto con bottoni dorati, scarpe inglesi, cravatte di seta. Arriva in cantiere sempre cinque minuti prima del guardiano, e ha la parlantina sciolta che serve a convincere gli acquirenti di case che per il momento sono solo nella sua fantasia. I soldi per costruire infatti non ci sono; per piazzare i primi mattoni la Cantieri riuniti milanesi deve vendere le case sulla carta e intascare gli anticipi. Vuole la leggenda che i primi soldi veri Berlusconi li incassi dalla madre del suo amico Fedele Confalonieri, a cui vende un pentavani con servizi e rivestimenti in ceramica. La cosa singolare è che Berlusconi in realtà non costruisce nulla, non avendo ne mezzi ne operai. L’edificazione vera e propria degli appartamenti viene subappaltata a imprese specializzate, che succhiano via gran parte del guadagno. Bene o male, comunque, l’impresa di via Alciati va in porto senza danni: Berlusconi e Canali vendono una ventina di appartamenti e riescono persino a guadagnarci qualcosa. Certo però il giovane Silvio non diventa ricco con le case di via Alciati. Eppure poco tempo dopo, nel 1963, il volume dei suoi affari si allarga in maniera improvvisa e spropositata: lo troviamo, infatti, impegnato in una mega operazione edilizia, la costruzione a Brugherio, zona nord di Milano, di un complesso residenziale per 4 mila abitanti. Come abbia fatto il salto di qualità è un interrogativo mai sciolto. Di certo c’è solo che nell’affare ci sono ancora la Banca Rasini in veste di parziale garante dell’operazione, e Pietro Canali. Due costruttori veri, i fratelli Botta, sono incaricati della edificazione del megacomplesso. Ha raccontato uno dei due, Giovanni, a Mario Guarino e Giovanni Ruggeri, giornalisti e autori del libro “Berlusconi. Inchiesta sul signor Tv”: “Per costruire Brugherio avevamo costituito una società, la Edilnord. Berlusconi ne era l’amministratore, io e mio fratello, come altri soci, mettevamo l’opera, tiravamo su le case. C’erano un pò di finanziamenti della banca Rasini e per il resto non so. Guardi, dei soldi è meglio non parlare. Non sta bene curiosare su chi c’è dietro le società. Berlusconi era giovanissimo, ma pareva nato nell’edilizia e si capiva che avrebbe fatto tanta strada. Si incaricava dei permessi, appaltava i lavori, chiamava i progettisti e diceva: “questa casa la voglio così”. E così doveva essere. Uno con le idee chiare, sempre in movimento di qua e di là, bravissimo nel trattare con tutti: autorità, operai, clienti... Se ha guadagnato con Brugherio? Non fatemi queste domande. Non posso rispondere. Chiedete a lui, e vedrete come si arrabbia. Oh, lo conosco bene Silvio Berlusconi. Ho lavorato con lui un paio d’anni, finché abbiamo finito Brugherio, e ho continuato a vederlo anche dopo... Sono convinto che prima o poi arriverà al Quirinale. Sicuro, quello diventerà presidente della Repubblica”.

Lugano bella

Dimostra di aver naso Giovanni Botta quando, nel 1986, predice l’avvento di Silvio Berlusconi al Quirinale. All’epoca, infatti, nessuno poteva immaginare che Sua emittenza un giorno si sarebbe messo in politica. Anche l’ex socio d’affari, invece, mostra di non voler ficcare il naso nelle origini della fortuna economica di Silvio Berlusconi. Le indagini giornalistiche svolte finora hanno appurato soltanto che quelle ignote fortune vengono dalla Svizzera. Della Edilnord, la società dell’affare di Brugherio, Berlusconi è infatti soltanto un socio d’opera, vale a dire quello che nell’impresa mette tempo e cervello. Socio accomodante, alias finanziatore, è la Finanzierungesellschaft fur residenzen Ag di Lugano dell’avvocato Renzo Rezzonico. Ma il professionista è probabilmente soltanto un fiduciario dei veri finanziatori, che restano protetti dalla ermetica discrezione del sistema finanziario svizzero. Chi ci sia dietro quella sigla dal nome impronunciabile, da dove vengano i soldi che permettono il grande balzo di Silvio Berlusconi nell’edilizia, è ancora oggi un segreto ben custodito. È grazie a quei finanziatori, comunque, che dopo l’impresa di Brugherio Silvio Berlusconi può dire addio ai vari Rasini, Canali, Botta e mettersi in proprio. Lui ha iniziato a pensare in grande. Più in grande di tutti.

Una città da bere

C’era una volta una distesa di erba e radi alberi, circondata da fabbriche e annegata nella nebbia per buona parte dell’anno. La distesa stava dalle parti di Segrate, e non aveva nome perché a nessuno era mai venuto in mente di chiamarla in qualche modo. Un giorno capitò da quelle parti un signore ben vestito e sorridente, diede un’occhiata in giro, e decise che avrebbe fatto di quella landa desolata un luogo di sogno. Stava per nascere Milano 2... Le cose non andarono così, ma quasi. Quell’area, 712 mila metri quadrati, apparteneva al conte Leonardo Bonzi, che il 26 settembre del 1968 rivendette tutto alla Edilnord sas di Berlusconi e dei suoi anonimi finanziatori svizzeri al prezzo di oltre 3 miliardi di lire dell’epoca. Il 12 maggio del 1969 il comune di Segrate concesse la prima licenza edilizia. Ma le cose, a partire da quel momento, si complicarono per via degli ostacoli posti al progetto da una serie di organi tecnici di controllo, i quali si accorsero che il piano di lottizzazione non era conforme al programma di fabbricazione varato dalla Regione. Solo il 29 marzo del 1972 la Edilnord poté dare il via alla costruzione di Milano 2, che sarà completata sette anni dopo. Ma oltre che un affare edilizio, Milano 2 è una sorta di anticipazione del berlusconismo come stile di vita: una piccola città fuori dalla città, completamente autosufficiente, con spazi verdi e asili, scuole, campi da tennis, parchi gioco. Anonimo e lontano da Milano come i quartieri dormitorio, ma più costoso e confortevole; ritagliato apposta attorno alle esigenze di giovani manager in ascesa e delle loro famigliole. Insomma, l’embrione di una “città da bere”, come reciterà, qualche anno dopo, uno slogan pubblicitario poi affossato dall’era di tangentopoli.

Gli amici svizzeri

Anche nel sogno di Milano 2 entrarono in gioco i famosi e provvidenziali capitali svizzeri. Seguendo una prassi in voga tra i costruttori dei ruggenti anni ’60, Berlusconi cambia spesso denominazione alle sue società, e cambiano anche i soci visibili. Ma non muta la provenienza del denaro: la Svizzera. Nel 1968 la Edilnord Sas viene sciolta. Prende il suo posto la Edilnord centri residenziali, protagonista dell’operazione Milano 2. Intestataria della nuova sigla è Lidia Borsani, una cugina di Berlusconi. Il socio che versa i capitali è ancora una volta una immobiliare svizzera di cui è fiduciario il solito avvocato Rezzonico. Nel ’73 anche questa seconda Edilnord sparisce per lasciare il posto alla Italcantieri srl, iscritta presso il registro societario del tribunale di Milano il 2 febbraio. Il gioco delle scatole cinesi si fa con la Italcantieri sempre più complicato: la nuova società appartiene formalmente a Renato Pironi, un giovane aspirante notaio, e a una casalinga, Elda Brovelli. Il giovanotto rappresenta la “Cofigen Sa” di Lugano; la massaia è il referente italiano della Eti ag Holding di Chiasso. “Il capitale sociale - scrivono nel loro libro Guarino e Ruggeri è interamente svizzero”. La sigla “sas” incollata alla Edilnord di Lidia Rovani, sta per “società in accomandita semplice”. “Socio accomandante”, vale a dire quello che finanzia l’impresa, è la “Aktiengesellschaft fur Immobilienanlagen in Residenzentren Ag” di Lugano, rappresentata dall’avvocato Renzo Rezzonico. Interpellato a Lugano l’avvocato Rezzonico, che ancora nel ’94 cura gli interessi del gruppo Berlusconi, non apre bocca. Il suo compito è quello di tutelare la riservatezza dei clienti, e poi dopo tanto tempo è difficile ricordare. Ci siamo rivolti così all’ufficio del registro della capitale ticinese. Con risultati migliori: la Aktiengesellschaft risulta creata il 19 settembre del 1968, dieci giorni prima della Edilnord. La data di liquidazione è invece il 6 marzo del 1990. Ragione sociale sono le “Transazioni immobiliari, partecipazioni finanziarie, compravendita titoli”. La società è gravata da “vincolo estero”, può cioè operare solo fuori dal territorio svizzero. Il 100% delle azioni è detenuto dalla agenzia del Lussemburgo della “Discount Bank Overseas Limited”, una società finanziaria con sede centrale a New York e filiali anche a Milano e Ginevra. I soci della “Discount Bank” sono numerosi, e sparsi in tutto il mondo. Si tratta degli americani Morton P. Hjman e Raphael Recanati, dei francesi Jean Francois Charrey ed Henri Klein, dei greci Maurice Nissim ed Elia Molho, dei milanesi Henry Cohen, Aaron Benatoff e Franco Santini, degli israeliani Oudi Recanati e Joseph Assaraf, dello svizzero Jean Pierre Cottie, Quest’ultimo, presidente della filiale svizzera della “Discount bank”, è anche membro del Consiglio di amministrazione della Privat Credit Bank. Una sigla che, come vedremo, tornerà ad occupare un posto importante nella nascita dell’impresa berlusconiana. È comunque la “Discount Bank”, tramite la controllata “Aktiengesellschaft fur Immobilienanlagen in Residenzentren Ag” a portare il capitale della “Edilnord” a 2 miliardi “interamente sottoscritti e versati dal socio svizzero”, il 22 luglio del 1975. Abbiamo svolto lo stesso lavoro di ricerca sulla “Italcantieri srl” di Milano (che prese il posto della “Edilnord”) costituita dal giovane notaio Renato Pironi e dalla casalinga, Elda Brovelli. Si tratta ancora una volta, apparentemente, di prestanome. Pironi per la “Cofigen Sa” di Lugano; la Brovelli per la “Eti ag Holding”’ di Chiasso. Anche stavolta il capitale sociale è interamente svizzero. Nel lindo e poco frequentato ufficio del registro di Chiasso, la “Eti Ag Holding” fu registrata il 24 aprile del 1969 col numero di protocollo 518. Ottenere una copia degli atti non è difficile, se si è disposti a pagare le trentamila lire a fotocopia previste dal regolamento interno. La lettura è interessante, e rimanda a un piccolo gioco di scatole cinesi. I soci della Eti sono tre, tutti di Mendrisio, in Ticino: si tratta di Arno Ballinari, Ercole Doninelli e Stefania Doninelli, moglie di Ercole e rappresentante, nella Eti, della “Aurelius Financing Company SA” di Chiasso. Il nome più interessante è quello di Ercole Doninelli. A lui fa capo la FiMo, una delle più note finanziarie svizzere, fondata nel 1956. Schierata politicamente con l’estrema destra elvetica, la FiMo è specializzata nel creare canali sicuri e discreti per il passaggio di capitali da un Paese all’altro. Il suo nome è coinvolto in inchieste giudiziarie aperte in diversi Paesi europei. La più clamorosa è quella avviata nel 1989 a Milano a carico del commercialista ed esperto di cavalli Giuseppe Lottusi. Per conto della FiMo, Lottusi avrebbe riciclato quantità notevoli di narcodollari provenienti dalla mafia colombiana. Ma attraverso la FiMo - secondo i giudici di “manipulite” - sarebbe passata anche una parte delle tangenti Eni ed Enimont destinate ai politici italiani. Tutte queste vicende, comunque, sono di molto posteriori alla nascita della Eti, che venne liquidata il 16 ottobre del 1978. Pur essendone amministratore unico, Ercole Doninelli era proprietario di una soltanto delle 50 azioni da mille franchi svizzeri l’una che componevano il capitale sociale della “Eti Ag Holding”. Un’altra quota era posseduta da Arno Ballinari. Le restanti 48 azioni erano controllate da Stefania Doninelli, agente in nome e per conto della “Aurelius Financing Company SA” di Chiasso”. In sostanza è da quest’ultima società che vengono i capitali che Ercole Doninelli amministra e conferisce alla “Italcantieri” di Berlusconi.

Scatole cinesi

Parte da qui il gioco delle scatole cinesi: La “Aurelius”, fondata l’11 aprile del 1962, ha un capitale sociale di 50 azioni, come la “Eti”. E, come nella “Eti”, Doninelli e Ballinari detengono una azione a testa. Il pacchetto di maggioranza, 48 azioni su 50, è in mano allo svizzero Angelo Materni e all’italiano Dino Marini, che agiscono per conto della “Interchange Bank”. E il gioco delle scatole prosegue. La “Interchange Bank” risulta fondata il 19 luglio del 1956, con quattrocentomila franchi di capitale sociale, portato a un milione il 27 agosto dell’anno successivo. Ne fanno parte un gruppo di finanzieri e imprenditori di nazionalità svizzera, italiana e venezuelana. Il nome più interessante è forse quello del ticinese Alfredo Noseda, personaggio coinvolto, negli anni in cui partecipava alla “Interchange Bank”, nel “caso Texon”, il primo grande scandalo finanziario che segnalò la Svizzera come comodo rifugio per capitali illegali. Noseda, accusato di evasione fiscale ed esportazione di capitali all’estero per conto di misteriosi clienti, fu condannato a quattro mesi di carcere con la condizionale e a una grossa multa. Quando conferisce i capitali che, di passaggio in passaggio, arriveranno alla “Italcantieri” di Berlusconi, ne1 1973, la “Interchange Bank” è gia in liquidazione. La procedura fallimentare, avviata nell’ottobre del 1967, si prolungò fino al 15 dicembre del 1989, data della definitiva liquidazione della società. A gestire la liquidazione furono Pierfrancesco e Pierluigi Campana, Guido Caroni, Enzo Tognoli; personaggi, l’ultimo in particolare, che appartengono all’area politico-finanziaria di Giafranco Cotti, potente ex parlamentare della Democrazia cristiana svizzera e dirigente della FiMo, la chiacchierata finanziaria di Ercole Doninelli, un altro dei finanziatori nascosti di Berlusconi. E veniamo alla “Cofigen Sa”, la seconda delle due società che conferiscono capitali alla “Italcantieri”. La “Cofigen” – scopo sociale “le partecipazioni commerciali e la compravendita di azioni e beni immobili” – venne costituita a Lugano il 21 dicembre 1972, poco più di un mese prima della “Italcantieri” di Berlusconi, e fu liquidata nel maggio del ’79. Ne erano proprietari per il 50% la “Banca Svizzera Italiana” e per il 48% la “Privat Credit Bank”. La prima fa capo a Tito Tettamanti, personaggio conosciutissimo e potente, al centro di molte delle trame finanziarie che attraversano il Canton Ticino. Vicino all’Opus Dei e alla massoneria, caparbio anticomunista, Tettamanti è rientrato in politica nel ’94, dopo una prima giovanile esperienza che fu interrotta da uno scandalo finanziario. Dietro la “Privat Credit Bank” c’è invece un’altra sigla, la Cofi (Companie de l’occident pour la finance e l’industrie), che ne controlla l’83% del pacchetto azionario. La Cofi, a sua volta, ci porta nel cuore della finanza svizzera; la proprietà è divisa infatti in parti uguali tra” Società di banche Svizzere”, “Banca Svizzera Italiana” (entrambe facenti capo al gruppo Tettamanti) e “Cassa Lombarda” di Milano. E si arriva, di passaggio in passaggio, a uno dei più sorprendenti tra i nomi che appaiono all’interno della nebulosa Berlusconi. Fino al 1977, infatti, la Cofi si è chiamata “Milano Internazionale Sa”, con sede in Lussemburgo. Il 99,9% di questa società era controllata da una sigla italiana, la “Compagnia di Assicurazioni di Milano”, con sede nel capoluogo lombardo, in via Dell’Auro 7. Rappresentante di questa società era un senatore democristiano, Giuseppe Pella. Scomparso molti anni fa, Pella fu l’energico capo della destra democristiana negli anni ’50. Ricoprì a lungo le cariche di ministro delle Finanze e degli Esteri e per un breve periodo, fino alle sue dimissioni nel 1954, fu addirittura presidente del Consiglio.

Due potenti sconosciuti

Insieme a quello del senatore Pella, i due nomi di maggior spicco in questo stressante gioco di scatole cinesi sono Ercole Doninelli e Tito Tettamanti; nomi quasi sconosciuti al grande pubblico italiano, ma tuttavia interessantissimi. E visto che si tratta dei personaggi che stanno dietro alle origini dell’uomo a cui tutta l’Italia, bene o male, è chiamata a guardare, vale la pena di andare a vedere di chi si tratta. Tito Tettamanti è un uomo potentissimo, e a lui fa capo una delle più importanti lobbies internazionali con sede in Svizzera, il gruppo Saurer. Tettamanti è al centro di una vasta rete di rapporti d’affari e d’amicizia nel mondo della finanza europea: socio di Vittorio Ghidella (ex numero due della Fiat, indagato a Bari per truffa ai danni della Cassa del Mezzogiorno), grande amico dell’ex vicepresidente del Banco Ambrosiano Orazio Bagnasco e del faccendiere luganese Marco Gambazzi (coinvolto nelle inchieste sul crack Ambrosiano, e più recentemente gestore del “Conto Cassonetto” del giudice Diego Curtò), legato all’OpusDei (e al suo “boss” zurighese Peter Duft, processato a Milano proprio in queste settimane per concorso in ricatto ai danni di Roberto Calvi), alla Banca Karfinco (il cui presidente, Hubert Baschnagel, è stato per anni l’analista economico del gruppo di Tettamanti), a Florio Fiorini, al “deus ex machina” degli affari in Medio Oriente Nadhmi S. Auchi (coinvolto nel giro delle tangenti del gruppo Eni ma anche punto di riferimento a Lussemburgo per l’area di Mauro Giallombardo e Jean Faber).Un socio di Tettamanti, l’avvocato Giangiorgio Spiess, è uno degli avvocati di Licio Gelli; un altro, John Rossi, fu incaricato da Larini e da Fiorini di opporsi alla rogatoria italiana sul Conto Protezione. Alla fiduciaria di Tettamanti, la Fidinam, e alla banca a lui collegata, la Bsi (Banca della Svizzera Italiana) si rivolse il manager Pino Berlini per smistare la “madre di tutte le tangenti” del caso Enimont. Fidinam e Bsi, inoltre, sono entrate a più riprese nella misteriosa nascita della Merchant Bank di Cragnotti & Partners, anch’essa coinvolta nell’affare Enimont. Ma le due sigle compaiono anche in altre inchieste giudiziarie: il traffico di rifiuti, il caso Kollbrunner, indirettamente il caso Techint. Una delle specialità del gruppo Tettamanti è il “greenmail”, ovvero l’acquisto di un consistente pacchetto azionario di una società che poi viene rivenduto alla stessa ad un prezzo maggiorato. Tettamanti ha scalato due colossi elvetici come la Sulzer e la Rieter, ma anche la Cir di De Benedetti, la United Airlines, la Allegis e la Gillette in America, la Martell e la Société Genérale in Francia. Come molti altri uomini d’affari svizzeri, Tettamanti ha un piede anche nella politica. Divenuto consigliere di Stato del Ticino (ministro cantonale) giovanissimo, alla fine degli anni ’60, Tettamanti dovette dimettersi pochi mesi dopo per uno scandalo immobiliare. Agli inizi del ’94 prepara, in perfetta sintonia con Silvio Berlusconi, il suo rientro in Politica. Il suo programma prevede la formazione di un “polo moderato e liberista” che si opponga allo “sfascio” causato dalle sinistre.
Nei suoi interventi pubblici, il finanziere elvetico individua nel socialismo e nel suo carattere assistenzialista la causa di tutti i mali del mondo, e chiede quindi l’abbattimento di tutte le prestazioni sociali dello Stato. Niente indennità di disoccupazione, niente sanità pubblica, privatizzazione di tutti i servizi, comprese le pensioni, che nel progetto di Tettamanti andrebbero gestite da fiduciarie private, come la sua Fidinam. La Banca di Tettamanti, la Bsi, ha intrapreso negli ultimi mesi un’intensa campagna di public relations per migliorare la sua immagine sulla piazza finanziaria ticinese. Uno degli atti più significativi di questa operazione è stata la pubblicazione del pesante volume “Terra d’asilo”, un’opera in cui si testimonia quanto aiuto il Ticino abbia dato agli imprenditori ed ai politici in fuga dall’Italia fascista durante la seconda guerra mondiale. Il libro è stato presentato dai vertici del gruppo Bsi anche in Italia. A Roma è stato significativamente scelto Palazzo Giustiniani, sede della massoneria italiana, per una presentazione nella quale il presidente del senato Giovanni Spadolini e Vittorio Olcese hanno ripetutamente magnificato il ruolo della massoneria (specie quella locarnese) nello sviluppo della finanza italiana nel dopoguerra. Anche la biografia di Ercole Doninelli sconfina spesso nella cronaca giudiziaria; al suo nome è legata infatti la vicenda della FiMo, notissima finanziaria che da quasi quarant’anni si occupa di far arrivare denaro (o altro) da un mittente che nessuno deve conoscere, ad un destinatario che vuole restare segreto. La FiMo è stata fondata da Ercole Doninelli e da un gruppo di italiani (guidati dal genovese Ennio Sastra) nel 1956, ovvero in un momento chiave della recente storia svizzera. Dopo l’entrata dei carri armati sovietici a Budapest, infatti, in tutta la Confederazione si scatenò un’ondata mai vista di contestazione giovanile che chiedeva un ostracismo assoluto al comunismo e la nascita di organismi che controllassero la fedeltà americana dei cittadini (attraverso servizi speciali di spionaggio interno) e combattessero economicamente il Patto di Varsavia (si arrivò a campagne di aperta ostilità nei confronti degli imprenditori che intrattenevano rapporti commerciali con l’Oltrecortina; al contempo ci si diede da fare per organizzare il finanziamento di tutta una galassia di associazioni di estremisti di destra. Non è un caso che due dei dirigenti storicamente più importanti della FiMo, la parlamentare ginevrina Genevieve Aubry e l’ex parlamentare democristiano Gianfranco Cotti, facciano parte di quest’area di anticomunismo viscerale, e siano elementi di spicco (la Aubry ne è stata presidente mondiale) della Wacl (World Anti Communist League), un’organizzazione creata nella Corea del Sud che finanzia in tutto il mondo attività anticomuniste. La FiMo è clamorosamente finita sotto inchiesta in Italia nel 1989, quando il ragioniere milanese Giuseppe Lottusi venne colto sul fatto a riciclare, per conto della società svizzera, i soldi della mafia colombiana. I magistrati italiani sospettano che tramite i canali del narcotraffico giungessero in Svizzera anche una parte dei ricavi delle tangenti pagate ai politici italiani. La FiMo è sotto inchiesta anche in Francia, per riciclaggio di denaro sporco, e in Belgio, per la bancarotta fraudolenta della PiBi Finance di jean Verdoot, morto misteriosamente a Ginevra all’inizio del ’93 dopo un incontro con i vertici della FiMo (che da parte loro negano che l’incontro sia mai avvenuto). Inoltre la FiMo è sotto inchiesta per bancarotta fraudolenta in diverse procure del Friuli e del Veneto per il crack delle società legate alla Sirix Intervitrum ed al gruppo Cofibel francese e PiBi Finance belga. Per lo stesso motivo è stata aperta un’inchiesta anche in Olanda, dato che alcune società del gruppo si trovano in quella sede. La FiMo è accusata di aver partecipato al riciclaggio delle tangenti Enimont, delle tangenti Eni, delle tangenti Iri, è coinvolta collateralmente nelle inchieste sulla sanità, nel caso Kollbrunner, nel caso Fidia, nelle tangenti della Carlo Gavazzi. Un’altra società legata alla FiMo e alle tangenti è la Socimi di Milano, indagata per le mazzette al Comune, sospettata per il traffico d’armi, e presieduta dall’ultimo presidente della FiMo, Elio Fiscalini. Uno dei fiduciari dell’area FiMo, Giancarlo Tramezzani, è morto in circostanze misteriose il 17 settembre 1993, a poche ore dall’arrivo in Ticino di Antonio Di Pietro, che indagava sui risvolti elvetici dell’affare Enimont. La versione ufficiale venne rivista almeno quattro volte. Alla fine, per uccidersi come pretende il referto ufficiale, Tramezzani doveva essere un incrocio tra Mennea, Hulk e Aquaman, oltre ad avere la freddezza e la lucidità di spararsi ripetuti colpi di fucile-mitragliatore alla testa senza mai sbagliare la mira... Per gli inquirenti svizzeri, dato che è stata trovata una lettera, il caso è chiaro: suicidio. Fin qui le singolari vicende degli uomini che finanziarono l’ascesa di Berlusconi nel mondo dell’imprenditoria: in sostanza un grande massone, Tettamanti, e un finanziere di estrema destra, Doninelli, la cui finanziaria è implicata in vari scandali, compreso il riciclaggio a favore dei narcos colombiani; entrambi, tra l’altro, coinvolti - attraverso alcune loro società - in quella tangentopoli italiana che ha travolto il vecchio regime che Silvio Berlusconi intende soppiantare. Restano da capire molte cose: ad esempio se personaggi chiacchierati come Doninelli e Tettamanti, o istituti importanti come la “Società di Banche Svizzere”, finanzino i primi passi di Silvio Berlusconi per proprio conto, o per conto di clienti che vogliono mantenere l’anonimato. Resta da capire perché Berlusconi riceva quei finanziamenti e quali vincoli abbia contratto con i suoi benefattori più o meno occulti. E c’è da chiedersi quali di quei legami siano rimasti saldi e operanti, e quali si siano persi strada facendo. Solo Silvio Berlusconi avrebbe il potere (e, da uomo pubblico, il dovere) di rispondere a questi interrogativi.

Gli anni ruggenti

Le foto d’epoca ritraggono un giovanotto di altezza media, doppiopetto blu, pantaloni grigi, il viso molle ornato da due incongrui baffi neri e incorniciato da capelli neri che sono in realtà un parrucchino, uno dei tanti della collezione berlusconiana dell’epoca. Se ci fosse un borsello, sarebbe la perfetta rappresentazione del travet anni ’70. Eppure nel 1973 Silvio Berlusconi è già un uomo di successo; a sancire il salto di qualità, da costruttore d’assalto a imprenditore, è il trasloco dalla pur lussuosa palazzina di viale San Gimignano 12, che lui stesso aveva costruito, alla villa di Arcore. Proprio quella che diventerà, nel 1994, un luogo cruciale della politica italiana del dopo-tangentopoli. Ad Arcore, complice un vicino antiquario, Berlusconi si fa prendere da una moderata passione per l’arte, che in parte è anche senso degli investimenti. Ben presto le pareti della villa si orneranno di Tintoretto, Tiziano, Rubens. Non può mancare, nella iconografia dell’arrivato, la scuderia; che infatti sorge in fretta, ma che, come vedremo, sarà per Sua Emittenza la fonte indiretta di qualche dispiacere. Anche il garage di Arcore comincia a riempirsi: nel 1973 ci sono due Fiat 130, una Mercedes 600, un’altra Mercedes, 2800, una Maserati Bora. Libri pochi: l’economista Adam Smith, qualche giallo, “L’Utopia” di Tommaso Moro”, e “L’elogio della Follia”, di Erasmo da Rotterdam. Che altro manca? Ma la barca, naturalmente. C’è quel perdigiorno di Silvano Larini che ha un bellissimo dodici metri a vela. Berlusconi decide di strafare; c’è il Pininfarina, ramo automobili, che si è fatto costruire in Inghilterra un mostro da 40 metri, attrezzato per le traversate atlantiche, che dovrebbe diventare un battello oceanografico finanziato dal ministero della Marina. Ma il progetto fallisce e l’industriale automobilistico decide di disfarsi di quel colosso dal nome pomposo: Geographic Vascel First. Lo acquista Berlusconi, ed è il primo, vero sintomo di una megalomania galoppante. Sua emittenza veste i marinai di blu, e regala agli ospiti sgargianti accappatoi arancione. Lui, invece, ne indossa uno marrone; così, racconta un giorno a un amico, “tutti capiscono alla prima occhiata chi è il padrone quassù”. l Geographic eccetera eccetera troneggia una estate nel porto di Viareggio, poi a Cape D’Antibes, poi a Portofino, dove Berlusconi ha acquistato Olivetta, il suo rifugio estivo. A Santa Margherita Ligure, nella memorabile estate del ’73, Berlusconi si prende due soddisfazioni consecutive: surclassa la barchetta di Larini, ormeggiata accanto alla sua, e ospita per una sera la mitica Jaqueline Kennedy, la vedova d’America. Nella villa di Portofino fanno compagnia a Berlusconi la moglie, Carla Dall’Oglio, i figli Piersilvio, detto Dudu, e Marina.
Ma spesso il cavaliere molla gli ormeggi e va in giro per le isole Eolie con l’amico Roberto Manovelli, importatore di vestiti esotici, Maurizio Adriani, titolare di una fabbrica di motoscafi in via Zuretti, e pochi altri. A Vulcano qualcuno ricorda ancora la sera d’agosto in cui dal Geographic eccetera eccetera sbarcò l’allegra brigata dei milanesi ricchi, capitanata da un Silvio Berlusconi in bermuda a fiori e su di giri. L’uomo che molti anni dopo si sarebbe candidato alla presidenza del Consiglio al posto di Azeglio Ciampi entrò nell’unica discoteca del paese, balzò sul palco, afferrò il microfono e annunciò l’apertura del concorso “chiappe d’oro”, dedicato a signore e signorine, che si sarebbe tenuto di lì a poco nel suo yacht, ormeggiato nel porticciolo. In palio, una crociera tra le isole Eolie a bordo dello yacht medesimo. Si racconta però che il carisma del cavaliere quella volta fece cilecca, e che il Geographic eccetera levò le ancore quella notte stessa senza che nessuna concorrente si presentasse all’appuntamento. Le ferie del cavaliere comunque durano poco, e il più del suo tempo è lavoro, lavoro e ancora lavoro. Berlusconi ha al suo fianco Romano Comincioli, direttore vendite della Edilnord, Giancarlo Foscale, il siciliano Marcello Dell’Utri, l’amico d’infanzia Fedele Confalonieri. Sono di quegli anni le prime frequentazioni politiche conosciute. A Milano Berlusconi va spesso in piazza Duomo dove ha gli uffici il Psi, e in via Volturno dove ci sono quelli che sarebbero diventati i suoi più accesi nemici, i comunisti. Ma le frequentazioni maggiori le ha con i democristiani. Quando, in una intervista, gli chiedono di elencare i politici che preferisce lui indica “un uomo di grande valore come Mazzotta”; Roberto Mazzotta, presidente della Cariplo, finirà in prigione nel febbraio del 1994, per lo scandalo della Cariplo. E ancora, Enzo e Maria Cartotto, Gianstefano Frigerio, che diventerà famoso come il primo imputato di “mani pulite” processato in tribunale, Egidio Carenini. Un personaggio, quest’ultimo, che tornerà ancora nel nostro racconto. Piduista, considerato una sorta di “ufficiale reclutatore” di Gelli in Parlamento, Carenini è in quell’epoca sottosegretario all’industria, dicastero retto da Carlo Donat Cattin. Berlusconi e Carenini si incontrano spesso in quegli anni a cavallo tra il ’73 e il ’75 (l’iscrizione di Berlusconi alla P2 avverrà, lo ricordiamo, nel ’78), si scambiano visite e regali. Qualche vecchio funzionario del ministero dell’Industria, in via Molise a Roma, a due passi da via Veneto, ricorda ancora il Berlusconi in versione “baffi e parrucchino” attraversare a grandi passi i corridoi, con un paio di collaboratori che gli arrancavano dietro carichi come muli di progetti e studi di fattibilità, e infilarsi senza quasi fare anticamera nel’ufficio del ministro. Sono anni di grandi progetti edilizi per Berlusconi: ne parla dettagliatamente un libro per addetti ai lavori, “Dal parco sud al cemento armato. Politica urbanistica e strategie immobiliari nell’area milanese”, scritto da due architetti, Alessandro Balducci e Mario Piazza: “Berlusconi - scrivono i due esperti - ha da tempo messo le mani sui pregiati terreni di Basiglio, un comunello a sud di Milano che conta, nel 1971, circa 450 anime. Rifacendo praticamente il piano di fabbricazione del paese, Berlusconi propone un piano di lottizzazione per 10 mila abitanti, Milano 3, una nuova città di cui il vecchio borgo diventerà una piccola, insignificante frazione... e sempre Silvio Berlusconi, uno dei principali attori”. L’espansionismo del Cavaliere viene però frenato dai tecnici del piano intercomunale milanese, che limitano in parte il progetto. Ma col passare del tempo mutano gli equilibri politici; nello staff del piano intercomunale entra l’architetto Silvano Larini, l’amico di barca di Berlusconi, il quale sostiene che sotto il profilo giuridico e urbanistico l’operazione Milano 3 è perfettamente legittima. Ma ci vorrà l’energico intervento dell’assessore regionale Parigi, socialista - spiegano Piazza e Balducci - per superare molti altri ostacoli di legge che avrebbero bloccato per anni il progetto di Milano 3. Commenta l’architetto Piazza: “La vicenda relativa all’approvazione di Milano 3 da parte dell’amministrazione comunale e degli organi di controllo convalida pienamente i giudizi dati sull’attività e sulla qualità dei rapporti politici di Berlusconi nel caso di Milano 2. La ripetizione di questo modello di rapporti prova che non si tratta di coincidenze di tipo episodico fra operatore e partiti, ma di una struttura consolidata che permette a Berlusconi di affermare e portare avanti con i massimi vantaggi le sue iniziative”.

Un custode molto particolare

Vittorio Mangano era un uomo di rispetto. Alto, i tratti mediorientali, il fisico e lo sguardo un pò appesantiti, si era trasferito a Milano nei primi anni ’70, per conto degli amici palermitani; e non se la passava male. Camera fissa al prestigioso hotel Duca di York, belle macchine, cene al Toulà, il più conosciuto ristorante della città, frequentazioni con esponenti in vista del mondo finanziario, come quel duo Monti-Virgilio, che sarà protagonista, di lì a poco, di uno dei primi scandali meneghini. Ogni sera, come uno scolaretto diligente, Mangano telefona ad Alfredo Bono, o a Salvatore Inzerillo, due tra i massimi esponenti di Cosa nostra in quegli anni ’70. li mette al corrente delle novità, prende istruzioni per l’indomani. Riesce difficile immaginare che un uomo così si riduca a fare il custode e lo stalliere, sia pure al servizio di un imprenditore emergente come Silvio Berlusconi. Eppure, nei primi mesi del 1975, Vittorio Mangano viene preso a servizio ad Arcore. Si trasferisce, con la moglie e la figlia piccola, nell’edificio che un tempo ospitava gli alloggi della servitù, a destra della villa. Chi frequentava casa Berlusconi in quegli anni, lo ricorda bene. Ricorda come il mafioso siciliano si occupasse solo dei cavalli, di cui era appassionato, e ricorda che fra tutti i dipendenti di Arcore Mangano era l’unico a cui Silvio Berlusconi desse del lei. Quell’uomo corpulento, silenzioso, se lo ricordano anche gli abitanti di Arcore, per la sua abitudine di prendere di tanto in tanto il calessino di casa, e andarsene in giro per il paese. Uno stalliere davvero strano, la cui presenza ad Arcore è stata ammessa dallo stesso Cavaliere: “Ad Arcore avevo bisogno di un fattore, uno che si occupasse dei terreni e degli animali, dei cavalli. Chiesi a Dell’Utri, che mi presentò Vittorio: fu una mia scelta, su una rosa di nomi che mi vennero prospettati. No, non feci indagini preventive su Mangano, perché mi diede l’idea di una persona a posto e competente”. Clamoroso errore, per un imprenditore che ha fama di saper scegliere gli uomini come le cravatte; ma sentiamo ancora il Cavaliere: “Mangano si sistemò con la sua famiglia ad Arcore, nella mia villa. Ricordo che poco tempo dopo, dopo un pranzo in villa, uno degli invitati, Luigi D’Angerio, aveva rischiato di essere rapito: il sequestro fu casualmente sventato dall’arrivo di una pattuglia dei carabinieri. Seguirono delle indagini. Ed emerse che Mangano era pregiudicato. Non ricordo se il rapporto lavorativo con lui finì per suo spontaneo allontanamento o perché le forze dell’ordine lo prelevarono. Ricordo comunque che, dopo qualche tempo, Mangano fu incarcerato”. Tutto questo, comunque, non spiega ancora il fatto che un boss della mafia si metta in lizza per un posto di fattore presso Berlusconi. Nel corso del nostro lavoro di documentazione abbiamo incontrato una persona, all’epoca vicina a Berlusconi, che ci ha dato una versione dei fatti che potrebbe spiegare l’apparente stranezza. Il suo racconto contraddice in parte quello di Berlusconi. Ma sono passati molti anni, e non è escluso che uno dei due, o entrambi, ricordino male. Al centro del racconto c’è, anche in questo caso, il sequestro di Luigi D’Angerio, un nobile che frequentava spesso, all’epoca, la villa di Arcore. Il fallito sequestro di D’Angerio davanti alla villa di Arcore, secondo il nostro testimone, avvenne prima dell’assunzione di Mangano, e anzi ne fu la causa; secondo questo racconto Berlusconi rimase terrorizzato da quell’episodio, probabilmente convinto che i sequestratori avessero in mente di prendere lui, e si fossero sbagliati. Di certo c’è che nei giorni successivi a quell’episodio Berlusconi partì per la Svizzera con l’amico e collaboratore Romano Comincioli, la moglie, i due figli e la governante. L’imprenditore ritornò ad Arcore pochi giorni dopo, senza la famiglia. Il servizio di vigilanza fu rafforzato, e affidato al fido maresciallo Nino Quartarone, un poliziotto in pensione che aveva lavorato a lungo accanto al vicequestore Allegra, uno dei personaggi più noti della questura di Milano al tempo del commissario Calabresi. Fu qualche settimana dopo, secondo il racconto del nostro uomo, che Mangano arrivò in villa, presentato da Dell’Utri su segnalazione di Gaetano Cinà, un altro uomo di rispetto del clan di Mimmo Teresi e Stefano Bontade. E, stando a questa versione dei fatti, l’arrivo del boss avrebbe tranquillizzato Berlusconi; e infatti, di lì a poco, la famiglia fece rientro in Italia. L’unico fatto certo, è che la presenza di Mangano in qualsiasi posto serviva da garanzia di tranquillità. Tra le tante storie della mala milanese si racconta quella della signora, proprietaria di un ristorante, che ricevette richieste di denaro dalla banda della Comasina: “Va bene, disse la signora, però i soldi andate a prenderli dal mio amico Vittorio Mangano, all’hotel Duca di York”. I malavitosi, qualche giorno dopo, le chiesero umilmente scusa del disturbo. Un riscontro sulla storia della fuga in Svizzera di Berlusconi viene da Filippo Alberto Rapisarda, un finanziere siciliano che all’epoca dei fatti coltivava, come Berlusconi, il pallino dell’editoria, e che aveva molte, forse troppe amicizie negli ambienti più disparati, mafia compresa. In comune con Berlusconi, Rapisarda aveva anche il fatto di aver avuto come segretario particolare, per un certo periodo, Marcello Dell’Utri, amico di Berlusconi e attuale amministratore delegato di Publitalia, la macchina aspira-pubblicità dell’impero Fininvest. Rapisarda, che è stato spesso nei guai con la giustizia, venne interrogato nel maggio del 1987 dal sostituto procuratore di Milano Giorgio Della Lucia. E partendo da Gaetano Cinà, il personaggio a cui abbiamo già accennato, dice a verbale: “Era difficilissimo dire di no a Cinà, che avevo conosciuto negli anni Cinquanta insieme a Mimmo Teresi e Stefano Bontade (due capimafia, il secondo dei quali molto ben inserito anche in ambienti massonici n.d.r.). Cinà non rappresentava solo se stesso, ma il gruppo in odore di mafia che faceva capo a Bontade, Teresi e Filippo Marchese. Dell’Utri poi mi disse che conosceva tutti questi personaggi mafiosi perché s’era dovuto interessare per mediare tra coloro che avevano fatto minacce e estorsioni a Berlusconi e Berlusconi stesso. Dell’Utri aggiunse che, a seguito di queste minacce, Berlusconi aveva fatto andare all’estero la moglie e i figli. E mi disse che la sua attività di mediazione era servita a ridurre le pretese di denaro dei mafiosi”. Ma l’interrogatorio di Rapisarda continua. E a costo di passare per pazzo il chiaccherato imprenditore fa mettere a verbale: “Ricordo che negli ultimi mesi del ’78 incontrai in piazza Castello, dove c’è la fermata dei pullman, Teresi e Bontade, che mi invitarono a prendere un caffé con loro. Teresi mi disse che stava per diventare socio di Berlusconi in una società televisiva privata, spiegandomi che ci volevano dieci miliardi, e mi chiese un parere, tra il serio e lo scherzoso, se era un buon affare”. Difficile districarsi tra verità e possibili menzogne, di fronte a simili dichiarazioni. Meglio restare ai fatti. E i fatti dicono che in effetti il boss Vittorio Mangano, nel 1975, prestò servizio come stalliere nella villa di Silvio Berlusconi ad Arcore. E tra i fatti ci sono anche alcune telefonate, intercettate dalla polizia, tra Marcello Dell’Utri, uno dei massimi dirigenti della attuale galassia Fininvest, e lo stesso Mangano. La telefonata è del 1980. Mangano chiama dalla sua stanza al Duca di York, dove ha fatto ritorno dopo l’esperienza di un onesto lavoro al servizio di Berlusconi. L’ex stalliere sembra parlare in maniera molto confidenziale col numero tre, dopo Berlusconi e Confalonieri, del gruppo di Arcore: Mangano: “Caro Marcello, ho un affare da proporti e ho anche il cavallo che fa per te”; Dell’Utri: “Caro Vittorio, per il cavallo occorrono piccioli (soldi, n.d.r.) e io non ne ho. Sapessi quanti problemi mi crea mio fratello”. Mangano: “I soldi fatteli dare dal tuo amico Silvio”. Dell’Utri: “Ti dico che sono nei guai, ho bisogno di soldi per quel pazzo di mio fratello. E Silvio non “sura” (non scuce n.d.r.)”. Il fratello “pazzo”, di cui parla Marcello Dell’Utri, si chiama Alberto e a quel tempo, in effetti, le sue imprese potevano preoccupare chi gli voleva bene. Il più giovane dei Dell’Utri era infatti amministratore delegato della Inim, una immobiliare con sede a Milano, in via Chiaravalle 7, di cui era presidente Francesco Paolo Alamia, un fedelissimo di don Vito Ciancimino, l’uomo dei corleonesi che in quegli anni era uno dei più influenti politici siciliani. La polizia fu a lungo convinta che la Inim, alle cui attività era interessato, forse per dare una mano al fratello, anche Marcello Dell’Utri, non si occupasse di edilizia, ma di traffico di droga. Dopo un periodo di carcere, Alberto Dell’Utri venne rimesso in libertà, e oggi lavora anche lui a Roma con Berlusconi, come dirigente del gruppo Publitalia. Ma non è ancora finita: Il rapporto di polizia che contiene l’intercettazione della telefonata tra Mangano e Dell’Utri, ne riporta anche un’altra di incerto significato, tra due siciliani non identificati: uno dei due dice all’altro: “Berlusconi... è il massimo no? È la nostra prossima pedina”.

Viva le banche

Altri finanziamenti all’impresa berlusconiana arrivano dalla Immobiliare S. Martino di Roma, di cui è amministratore unico Marcello Dell’Utri. Ma attenzione: soci fondatori della S. Martino sono due società della Banca Nazionale del Lavoro. Berlusconi, infatti, ha già trovato la chiave magica che gli permette di accedere ai generosi finanziamenti bancari, carta decisiva della sua incredibile ascesa. Nel settembre del 1977 la Milano 2 S.p.A, nata sulle ceneri della S. Martino, ha utili per 16 milioni ed esposizioni bancarie per 6 miliardi e 400 milioni. E il volume di mutui e iscrizioni ipotecarie è destinato a crescere sempre di più. Fino ai vertiginosi quattromilacinquecento miliardi di debiti di cui parlano i giornali del 1993. Persino nella capofila Fininvest, che nasce a Roma l’8 giugno del 1978, con 20 milioni di capitale, i soldi sono delle banche. I soci fondatori sono infatti gli stessi della S. Martino: la Servizio Italia e la Società azionaria fiduciaria. Ed entrambe - come documenta il settimanale “ll Mondo” del 20 novembre 1981- appartengono alla Banca Nazionale del Lavoro, un istituto di credito interamente pubblico, che dipende dal ministero del Tesoro. Insieme al Monte dei Paschi di Siena, la Bnl è la banca che mostra di avere la più salda fiducia nelle iniziative del giovane Berlusconi. Proprio queste due banche - è impossibile non notarlo - sono quelle maggiormente inquinate, in quegli anni, dalla P2, loggia massonica coperta alla quale Berlusconi si è iscritto nel 1978. Scrive infatti la commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia di Gelli nella sua relazione finale: “alcuni operatori (Genghini, Fabbri, Berlusconi) trovano appoggi e finanziamenti al di là di ogni merito creditizio”. Secondo “Il Mondo” del 2 dicembre 1984, per costruire Milano 2 Berlusconi gode di “un rapporto preferenziale tra il suo gruppo e il Monte dei Paschi di Siena. Con Giovanni Cresti, provveditore e padre padrone dell’istituto di credito, l’imprenditore milanese ha stabilito una solida amicizia, che risale ai primi anni ’70, quando Berlusconi spesso e volentieri partiva in macchina da Milano per andare a trovare il potente banchiere nel suo ufficio della sede centrale del Monte Paschi, a Siena. Cresti aveva piena fiducia nelle iniziative di Berlusconi e la sua banca in quasi dieci anni (dal 1970 al 1979) eroga mutui fondiari per un totale di 70 miliardi al tasso del 9 - 9,5 per cento”.
Giovanni Cresti, direttore generale del Monte Paschi, è iscritto alla P2 come pure il vicepresidente dell’Istituto, Loris Scricciolo. L’altra banca amica di Berlusconi, la Bnl, è in assoluto la più inquinata, all’epoca, dal potere parallelo di Licio Gelli: risultano iscritti infatti il direttore generale Alberto Ferrari e gli alti funzionari Vittorio Azzari, Luigi Bertoni, Mario Diana, Gustavo De Bae, Bruno Lipari, Claudio Sabatini e Franco Capari. D’altra parte, dallo scandalo dei finanziamenti all’Irak agli stretti rapporti con la Bcci, meglio nota come “kriminal bank”, la Banca nazionale del lavoro. Nel 1972, indagando sull’acquisto da parte del piduista Michele Sindona della “Franklin National Bank” per 40 milioni di dollari, gli enti federali statunitensi specializzati in reati economici avevano scoperto che i soldi erano arrivati al bancarottiere siciliano, amico di Gelli e della mafia, dalla “Capitalfin International Ltd” di Nassau, una finanziaria della Bnl. E anche in quel caso presidente della finanziaria era un piduista, Alberto Ferrari. Certo, non è automatico che le agevolazioni di cui Berlusconi ha goduto siano in qualche modo collegate alla appartenenza massonica, come dimostra il fatto che i finanziamenti iniziano prima dell’iscrizione dell’imprenditore alla P2. Ma è anche vero che l’atteggiamento di Berlusconi, che ha sempre minimizzato e ridicolizzato la vicenda della sua appartenenza alla loggia coperta di Gelli, non ha contribuito a fare chiarezza su questo delicato punto: “Ma cosa volete che m’importi della massoneria - disse una volta Sua Emittenza in pubblico -, in America io mi sono iscritto anche all’associazione per la protezione dell’alce selvatico”. Che cosa abbia fatto Silvio Berlusconi in difesa dell’alce selvatico non è dato sapere. Si sa invece cosa risponde Berlusconi a chi gli chiede di Licio Gelli: “Anch’io, come cinquanta milioni di italiani, sono sempre in curiosa attesa di conoscere quali fatti o misfatti siano effettivamente addebitati a Licio Gelli. Anni di inchieste sono serviti solamente ad offrire alle varie fazioni politiche un terreno di lotta e di calunnie facili quanto strumentali”. Di fronte a tanta sicurezza, da parte del leader di “Forza Italia”, si resta ancora più stupiti di certe coincidenze che sembrano nascere apposta per contraddirlo: ad esempio la scoperta che “Servizio Italia”, una delle fiduciarie della Bnl che stanno dietro alla “Immobiliare San Martino” di Marcello Dell’Utri, è rappresentata da Gianfranco Graziadei, piduista; e che Licio Gelli e un altro piduista con tutti e due i piedi nei mass media, Bruno Tassan Din,utilizzavano la stessa “Servizio Italia” addirittura come recapito romano per la loro corrispondenza.

Sua Emittenza e la P2

“Licio ed Egidio si erano offerti a farle pervenire una mia “lettera-proposta” al fine di rendere più probabile che lei, pur col suo enorme e assorbente lavoro, la leggesse”. L’italiano lascia a desiderare, ma la lettera allegata agli atti della richiesta di autorizzazione a procedere contro l’onorevole Claudio Martelli per il cosidetto caso Kollbrunner, è uno spaccato interessante - anche se tutto da verificare - sul funzionamento della vecchia ragnatela piduista in pieni anni ’90. Mittente Eugenio Carbone, ex direttore generale del ministero dell’Industria, il cui nome venne trovato negli elenchi della P2. Destinatario Silvio Berlusconi, tessera P2 numero 1816, oggi proprietario di un quotidiano, di due settimanali ad alta tiratura, di sei emittenti televisive e di molte altre cose. Il Licio e l’Egidio citati nella prima riga sono, secondo i magistrati, il capo della P2 Gelli ed Egidio Carenini, ex parlamentare democristiano, già protettore di Mino Pecorelli e anch’egli iscritto alla P2. Eugenio Carbone è imputato nell’inchiesta aperta a Roma su di un traffico di titoli rubati al Banco di S. Spirito. Carbone, fratello di un monsignore e socio della Camera di Commercio Italo-Slovena, è sospettato di aver trafficato i titoli rubati insieme a un gruppo di altri ex piduisti, e sarebbe coinvolto nel tentativo di acquistare la Banca Agricola Romena, con 300 miliardi ricavati del traffico dei titoli. Ma è bene dire subito che nel “caso Kollbrunner” Berlusconi non è minimamente coinvolto. Il nome di Sua emittenza è finito nell’inchiesta soltanto perché, nel corso di una perquisizione negli uffici di Carbone, in via Ripetta 25, sono state rinvenute le copie di due lettere indirizzate al “Caro dottor Berlusconi”. La prima è datata 29 luglio 1992, la seconda 27 settembre dello stesso anno. Nella prima Carbone, che si trova in difficoltà economiche, chiede a Berlusconi un aiuto per se e per sua sorella: “Non avrei mai immaginato di doverla disturbare per questo - scrive Carbone nel suo solito italiano zoppicante - ma è solo a un vero amico che è possibile farlo, pensando che egli sia l’unico che possa fronteggiare la cosa, senza ricorso a banche ma ad altri enti finanziari”. Sotto la firma, in basso a sinistra, Carbone aggiunge l’annotazione: “inviata a Licio ed Egidio”. Anche sulla seconda lettera è aggiunta l’indicazione: “Postacelere a Licio Gelli e a Egidio Carenini”. Ma mentre la prima lettera lascia presupporre un rapporto di amicizia tra Carbone e Berlusconi, nella seconda Carbone sembra preoccupato innanzitutto di farsi ricordare dal proprietario della Fininvest, e a questo scopo fa riferimento ai comuni amici Gelli e Carenini. Quindi passa ad esporre in maniera un pò confusa un progetto, probabilmente per la creazione di una sorta di giornale cattolico in Slovenia e Croazia: “Trovo importante che lei esamini la proposta - scrive Carbone - per entrare in una attività diversa, gradita non solo in Vaticano, ma al Papa (la diffusione di documenti - i suoi in particolare - nelle lingue di paesi dell’Est), anche in Russia, tramite una esplorazione tramite il giornale “Trud” che si presta allo scopo”. Carbone si dilunga sui particolari di un eventuale viaggio di Berlusconi a Portorose, in Slovenia, dove - spiega Carbone - l’imprenditore di Arcore dovrebbe incontrare alcune personalità locali. A questo punto l’ex direttore generale del ministero dell’Industria cambia bruscamente argomento: “Mi interessa poi che la Lupo Moda (un’azienda tessile pugliese n.d.r.) possa essere esaminata per una entratura alla Standa”. Sul finire della lettera Carbone torna sui suoi problemi finanziari, suggerendo a Berlusconi di aiutarlo con “una operazione bancaria tramite finanziaria”. Quindi la conclusione: “La mia situazione, Licio forse le ha detto, dipende sempre dalla controversia non ancora chiusa, dopo 10 anni, per la... fratellanza”. Il riferimento, verosimilmente, è ai problemi che Carbone ebbe al ministero dell’Industria a causa della sua appartenenza alla P2. Interrogato sul contenuto delle due lettere il 4 novembre dello scorso anno, Carbone dichiarò: “Conosco Berlusconi da circa 30 anni, e cioè fin da prima di quando lo conobbe Gelli. Mi sono interessato presso Berlusconi per un mio amico Lupo di cui non ricordo il nome... Gelli recentemente, circa due mesi fa, si rivolse a Berlusconi per sollecitarlo a prendere in esame la mia richiesta di aiuto alla situazione finanziaria in cui mi sono venuto a trovare”. Il contenuto delle lettere, come si vede, è perfettamente nei confini della legge. E non è nemmeno escluso che possa trattarsi di semplici millanterie di Carbone, dal momento che tra le carte sequestrate non c’è traccia delle risposte di Berlusconi o di suoi collaboratori. L’unica traccia di rapporti tra Sua Emittenza e il gruppo massonico-finanziario che ha Carbone tra i suoi referenti è tanto flebile quanto inquietante. È una traccia che parte da un nome, quello del siciliano e presunto mafioso Vito Rallo, e da una inchiesta della polizia svizzera che va sotto il nome di MATO GROSSO. La vicenda è delicata, con risvolti tutti da chiarire; ma ne riferiamo per dovere di cronaca. Al centro di tutto c’è un commissario di polizia, Fausto Cattaneo, che per molti anni è stato considerato, nella Svizzera italiana, una sorta di super-poliziotto. Sicuramente al suo nome e alla sua abilità professionale sono legate quasi tutte le più importanti inchieste contro i narcotrafficanti che riempiono, nella confederazione elvetica, le suites dei grandi alberghi e i conti correnti delle principali banche. È con queste credenziali alle spalle che Cattaneo, nel 1991, dà il via all’operazione “Mato Grosso”. Si parte come spesso accade, dalla soffiata di un confidente: alla Migros bank di Lugano verrebbero riciclate grose somme di denaro del traffico di cocaina provenienti dall’Italia dopo essere partite dal Brasile. Tra i clienti della Migros, c’è per l’appunto un distinto signore che entra ed esce quasi tutti i giorni dagli uffici dell’istituto, e che il resto del suo tempo lo passa in aereo tra l’Europa e il Brasile. Si chiama Edu De Toledo, e gli agenti di Cattaneo lo notano subito. Cattaneo lo avvicina sotto falso nome, e nel giro di poche settimane si infiltra nell’organizzazione. Un buon colpo, perché la struttura verrà smantellata, ma è anche l’inizio delle disgrazie di Cattaneo. Nel traffico di cocaina, infatti, sarebbero coinvolti anche degli agenti delle polizie di Svizzera e Francia. Parte una sorta di controinchiesta contro Cattaneo, accusato di aver stretto rapporti con una prostituta brasiliana. “La prostituta, ribatte il commissario, era in realtà la mia interprete. Me ne sono innamorato e sono intenzionato a sposarla”. Ma intanto l’inchiesta è passata di mano, e Cattaneo è stato addirittura sospeso dal servizio. Prima di mollare, però, Cattaneo è incappato in Vito Rallo, personaggio legato alla mafia, sotto inchiesta per traffico di droga, armi e monete false. Ma di Rallo si occupano anche i magistrati della Pretura di Roma che un anno fa hanno chiesto di poter continuare le indagini contro l’onorevole Claudio Martelli nel quadro dell’inchiesta su un traffico di certificati di deposito rubati meglio noto come “caso Kollbrunner”, dal nome di una collaboratrice di Martelli coinvolta nell’inchiesta. Rallo è stato arrestato in Francia, con alcuni di quei titoli in tasca. E le fila del traffico, secondo i magistrati di Roma, vengono tirate da uno studio professionale romano del quale fa parte Eugenio Carbone, il piduista che scrive a Berlusconi citando il comune amico Gelli. Il nome di Rallo compare a pagina 17 del dossier inviato dal commissario Cattaneo alla magistratura ticinese. A pagina 7 avevamo già trovato quello della FiMo, la finanziaria fondata da Ercole Doninelli, personaggio che abbiamo già incontrato in queste pagine come uno degli originali e occulti “sponsor” delle fortune di Sua Emittenza. Il nome di Silvio Berlusconi compare, nel dossier “Mato Grosso”, sorprendentemente, a pagina 19. Ecco cosa scrive Cattaneo: “Con uno stratagemma sono entrato in contatto con il finanziere e industriale Juan Ripoll Mary. Si tratta di un personaggio che gode in patria (il Brasile n.d.r .) di poderosi appoggi politici, specialmente quando era al potere l’ex presidente Collor, destituito perché coinvolto in uno scandalo legato a un vasto giro di trafficanti di cocaina e riciclatori”. Cattaneo, stando al suo rapporto, entra in confidenza col finanziere brasiliano; il quale gli racconta di essere titolare di quattro società panamensi a Lugano, che sono il paravento per il traffico di cocaina.
“Sua intenzione - scrive Cattaneo - era quella di riciclare 300 milioni di dollari provenienti dalla Francia, dalla Spagna e dall’Italia, oltre a altri 100 milioni del gruppo terroristico ETA. Già aveva pianificato un sofisticato e immenso apparato di riciclaggio prevedendo addirittura i codici di contatto fra le persone che ne dovevano costituire le pedine. A suo dire il denaro bloccato in Italia doveva provenire dall’impero finanziario di Silvio Berlusconi, ora notoriamente confrontato con grosse difficoltà finanziarie mentre il fratello Paolo è al centro dell’attenzione dei media per il suo coinvolgimento nei risvolti dell’inchiesta “mani pulite”.
Berlusconi - occorre precisarlo - non è tra gli indagati, e nemmeno tra i personaggi-chiave dell’inchiesta.
Oltretutto non è nemmeno un cittadino elvetico, e nel dossier Cattaneo se ne occupa di sfuggita, rimandando ad uno specifico rapporto che è tuttora coperto dal segreto. Le indagini sulla operazione “Mato Grosso”, infatti, sono state riaperte in Svizzera di recente, dopo che una nuova inchiesta ha confermato molte delle scoperte dello sfortunato commissario ticinese.
Restano quelle lettere, in cui il piduista Eugenio Carbone scrive al cavaliere di Arcore citando i comuni amici Licio Gelli ed Egidio Carenini (un ex deputato democristiano, piduista e amico del Berlusconi dei primi anni).
Se le lettere agli atti dell’inchiesta sono state effettivamente spedite - come risulta dalla deposizione di Carbone ai magistrati - esse lascerebbero intuire l’esistenza di rapporti molto recenti tra il proprietario del più potente gruppo editoriale privato italiano e il capo della P2; il quale, dal canto suo, non è mai uscito di scena, come dimostrano le inchiesta in corso in varie città italiane.

Incontri in loggia

Berlusconi, interrogato dai giudici di Milano all’epoca della scoperta delle liste della P2, dichiarò: “Mi sono iscritto alla loggia P2 nei primi mesi del 1978 su invito di Licio Gelli... Fu Roberto Gervaso, mio amico, a presentarmi... Gelli mi chiarì che attraverso la massoneria, organizzazione internazionale, avrei potuto avere dei canali di lavoro e contatti internazionali utili per la mia attività di presidente del consorzio per l’edilizia industrializzata”.
Nel 1990 Berlusconi fu chiamato di nuovo a spiegare circostanze e motivi della sua iscrizione alla P2 davanti al tribunale di Verona. Lo stesso Berlusconi, infatti, aveva querelato i giornalisti Guarino e Ruggeri, colpevoli ai suoi occhi di aver rispolverato quella vicenda nel loro libro. Ma non fu una scelta felice: Berlusconi infatti venne a sua volta denunciato per falsa testimonianza: “Ritiene il collegio - scrive la Corte d’Appello di Verona - che le dichiarazioni dell’imputato (Berlusconi n.d.r.) non corrispondano a verità. In sostanza, infatti, secondo il Berlusconi la sua definita adesione alla P2 avvenne poco prima del 1981 e non si trattò di vera e propria iscrizione, perché non accompagnata da pagamenti di quote appunto di iscrizione, peraltro mai richiestegli. Tali asserzioni sono smentite:
a) Dalle risultanze della commissione Anselmi;
b) Dalle stesse dichiarazioni rese dal prevenuto avanti al G.I. di Milano, e mai contestate, secondo cui la sua iscrizione alla P2 avvenne nei primi mesi del 1978.
Invero, dagli atti della commissione parlamentare ed in particolare dagli elenchi degli affiliati, sequestrati in Castiglion Fibocchi figura il nominativo del Berlusconi (numero di riferimento 625) e l’annotazione del versamento di lire 100.000 come eseguito in contanti in data 5 maggio 1978, versamento la cui esistenza risulterebbe comprovata anche da un dattiloscritto proveniente dalla macchina da scrivere di proprietà di Gelli”.
Il procedimento si concluse comunque con la estinzione del reato di falsa testimonianza per amnistia. Ma finì per comprovare che la vicenda P2 era un nervo scoperto del personaggio Berlusconi. Anche di recente, chiamato a testimoniare nell’ambito del processo alla P2, Berlusconi ha continuato a raccontare la sua iscrizione alla loggia come una cosa di nessuna importanza, decisa per far contento l’amico Roberto Gervaso, e comunque nella sua veste di imprenditore edile. In effetti negli elenchi di Gelli il nome di Berlusconi è inserito alla voce “Industriali”. Ma nei suoi appunti privati, invece, il venerabile mette Berlusconi alla voce “Informazione e mezzi di comunicazione di massa”. È noto per altro che Gelli pone al centro dei suoi interessi la questione dell’informazione. Lo dimostra la battaglia per il controllo del “Corriere della Sera”.
All’informazione Gelli dedica un capitolo del suo “Piano di rinascita democratica”, una sorta di manifesto politico della P2. Tra gli obiettivi del piano c’è quello di “dissolvere la RAI-TV in nome della libertà d’antenna ex art. 21 Costit.”.
L’interesse di Gelli per il mondo della stampa non è limitato agli anni ’80: quando nel 1990 si scatena la guerra tra la Cir di De Benedetti e il gruppo Berlusconi per il controllo della Mondadori, il venerabile fa il tifo per il cavaliere di Arcore: “ Se Berlusconi agisce come sta agendo - disse Gelli a Marcella Andreoli di “Panorama” -significa che si sente autorizzato... Berlusconi riesce a realizzare il progetto che avrebbe voluto condurre in porto Eugenio Scalfari. Ma Scalfari, ormai, è un pò vecchio, ed è bene che venga messo da parte”.
“Dunque - chiese l’intervistatrice - si vuoI mettere la sordina al suo giornale e a quelli della Mondadori?”;
“Macché sordina - rispose Gelli - è la fine di un’epoca”.

La scalata al Corriere

Licio Gelli si era visto sfuggire di mano il “Corriere della sera” nel 1981, dopo la scoperta delle liste della P2 a Castiglion Fibocchi. Nel 1983 una inedita cordata tentò di acquistare il più prestigioso giornale italiano;
Silvio Berlusconi ne faceva parte insieme a Giuseppe Cabassi e a Mario Rendo, uno dei dei quattro imprenditori catanesi che Giuseppe Fava definiva “i cavalieri dell’apocalisse mafiosa”; definito “contiguo” alla mafia dai giudici del maxiprocesso, proposto per il soggiorno obbligato dal questore di Catania Luigi Rossi (ma la proposta sarà respinta da! tribunale di Catania), Mario Rendo si è sempre difeso con tenacia, e con l’attenuante dello stato di necessità, dall’accusa di aver avuto rapporti con la mafia. Molto più raramente, invece, gli è stato chiesto conto di altri rapporti; quelli con il capo della P2 Licio Gelli, che nella sua agenda custodisce i numeri telefonici del cavaliere catanese; o quelli con il rappresentante di Gelli in Sicilia, il gran maestro Salvatore Bellassai;
nell’agenda del capo della P2 siciliana, il nome di Rendo è a pagina 29; i numeri telefonici riservati sono accompagnati da un asterisco, e marcati da una grossa sottolineatura. Oltre a essere appaiati nel tentativo di scalata al “Corriere della sera”, Rendo e Berlusconi sono soci nella Società tipografica siciliana, un grosso centro stampa che realizza, alla periferia di Catania, le edizioni teletrasmesse di alcuni importanti quotidiani nazionali.
La scalata al “Corriere” fallì. E certo per il Cavaliere sarebbe stata una bella soddisfazione entrare da padrone dentro al giornale che lo aveva già visto collaboratore eccellente.
Quella del Berlusconi editorialista del maggiore giornale italiano è un’altra storia che va raccontata. Anche qui colpiscono alcune coincidenze. Di date.
Il Cavaliere risulta iscritto alla P2 dal 26 gennaio del 1978. La sua collaborazione al “Corriere” inizia due mesi dopo, esattamente il 10 aprile. Per il “Corriere della sera” è il periodo più nero della fase piduista. Sono arruolati tra le truppe di Gelli il proprietario Angelo Rizzoli, l’amministratore Bruno Tassan Din, il direttore Franco Di Bella, inviati, capicronisti e firme eccellenti. “La loggia P2 si introduce nel gruppo Rizzoli fino ad acquisirne il sostanziale controllo finanziario e gestionale - si legge agli atti della commissione P2 - Una influenza esplicata con l’emarginazione di giornalisti scomodi, con servizi agiografici ben mirati e con l’attribuzione di incarichi a persone appartenenti alla loggia”.
È proprio in questa fase che Silvio Berlusconi, il quale sostiene di essersi iscritto alla P2 solo per fare un piacere a Roberto Gervaso (uno dei collaboratori prestigiosi del quotidiano milanese), si scopre editorialista.
Lui, che con “Forza Italia” ha fatto del “lavoro per tutti” uno dei suoi facili slogan, nel 1978 si scaglia sul “Corriere” contro chi difende “la sacralità dell’occupazione, da difendersi ad oltranza, fabbrica per fabbrica, indipendentemente dall’andamento del ciclo e dell’economicità delle imprese”.
Ma l’articolo più singolare è del 4 agosto. Proprio Berlusconi, che ha ricevuto cospicui aiuti dalle banche, e che in quello stesso 1978 si è legato a doppio filo alla Banca nazionale del lavoro inquinata dalla P2, se la prende contro “il venir meno, nel credito, di una situazione di uguaglianza e di concorrenza fra le aziende industriali, in presenza di discriminazioni e di trattamenti preferenziali economicamente e moralmente assurdi”.

Gli affari in Sardegna

Quelli con Gelli, circoscritti o meno che siano, non sono gli unici rapporti di Silvio Berlusconi con ambienti massonici. Nei primi anni ’80 il nome dell’imprenditore milanese venne infatti accostato a quello di Flavio Carboni, il faccendiere sospettato di rapporti tanto con la P2 quanto con ambienti mafiosi. Al centro di quei rapporti c’era una speculazione edilizia in Sardegna, denominata Olbia 2. Il 24 febbraio 1983 un collaboratore di Carboni, Emilio Pellicani, venne interrogato dalla commissione P2. Nel corso dell’audizione Pellicani sostenne che dall’entourage di Berlusconi era stato versato del denaro ad Armando Corona, all’epoca dei fatti presidente della Regione sarda e Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, la più potente tra le organizzazioni massoniche: “Il periodo in cui Corona inizia a prendere dei soldi da Carboni - raccontò pellicani - parte dal 1980, quando lui era ancora presidente della Regione sarda. In quella occasione credo che lui abbia avuto da parte di Carboni dei finanziamenti provenienti dal gruppo Berlusconi per l’operazione Olbia 2. Lo so - fa mettere a verbale più avanti Pellicani - perché ci furono addebitati 500 milioni che furono portati da Fedele Confalonieri tutti in contanti a Cagliari mentre Carboni, Berlusconi e Corona erano a Cagliari”.
Il 27 agosto del 1982 il sostituto procuratore Pierluigi Dell’Osso interrogò Silvio Berlusconi sui suoi rapporti con Roberto Calvi, ucciso poco tempo prima a Londra, e Flavio Carboni. Sua Emittenza ammise di aver incontrato Calvi “in due occasioni mondane”, e di aver trattato con lui l’acquisto di “Tv sorrisi e canzoni”: “L’incontro si svolse nell’ufficio di Calvi, il quale mi accolse piuttosto freddamente e mi disse seccamente di riparlare direttamente con Tassan Din e Rizzoli, responsabili del gruppo di cui lui non intendeva occuparsi. Credo proprio di non aver avuto altre occasioni di contatti diretti o indiretti con il signor Calvi”.
Stando a questo racconto Calvi, proprietario del 52% di “Tv sorrisi e canzoni”, rinvia Berlusconi a Tassan Din e Rizzoli, che all’epoca sono ormai nelle mani di Licio Gelli. L’affare andrà in porto, e Sua Emittenza potrà annettere al suo impero editoriale il più venduto settimanale italiano.
In quanto a Carboni, uomo legato alla P2 e alla Banda della Magliana, potente ed oscura organizzazione criminale romana, Berlusconi ammette di aver avuto rapporti d’affari con lui. Tutto ebbe inizio, stando al racconto del Cavaliere, con un incontro al Grand Hotel di Roma, presente anche il fedele Romano Comincioli, l’uomo che curava gli interessi sardi del gruppo Fininvest: “Era l’autunno del 1979 - ricorda Berlusconi -almeno se ben ricordo. Si parlò proprio del problema del reperimento e dell’acquisto di terreni che servivano per l’insediamento urbanistico (una città satellite nei dintorni di Olbia n.d.r .) ed il Carboni si offrì per occuparsi del problema dicendoci l’unica persona in grado di poter provvedere, trattandosi di terreni molto frazionati nelle proprietà. Come contropartita chiese e ottenne da noi una opzione informale, un impegno verbale a garantirgli di poter entrare nell’affare, eventualmente in unione con altri gruppi, fino ad una partecipazione massima del 45%”. Il Cavaliere, comunque, non conservava un buon ricordo di Carboni, non perché avesse rapporti con la massoneria segreta, o con la criminalità romana, ma perché una volta, dovendo andare a Cagliari a incontrare Armando Corona, Gran maestro massone e presidente della regione Sarda, Carboni si presentò all’appuntamento a Fiumicino con due ore di ritardo, costringendo Berlusconi ad una lunga attesa a bordo del suo aereo privato.
A una domanda del magistrato, infine, il presidente della Fininvest negò di aver mai conosciuto Ernesto Diotallevi, boss della banda della Magliana il quale, affermò Berlusconi, “mi dicono operasse in Sardegna nel settore immobiliare”.

Si apre la Tv

Cominciò quasi per gioco, con una tv via cavo che trasmetteva ricette di cucina per le giovani mogli dei manager rampanti di Milano 2. Era il 24 settembre del 1974. Una graziosa annunciatrice, scelta tra le centraliniste della Edilnord, annunciò agli abitanti del complesso residenziale di Segrate la nascita di Telemilano cavo. Un notiziario di piccole informazioni utili per i condomini alle 19; la sera, a volte, un film. Quattro anni dopo, nel maggio del 78, la tv di Berlusconi lascia il cavo per l’antenna, come a dire la carretta per l’automobile. Il colpo di genio Berlusconi lo imbrocca nel giugno del ’79. Sono tempi cupi, l’Italia è stretta tra una malavita sempre più audace e le brigate rosse, la gente si chiude in casa. Berlusconi compra dalla Titanus trecento film mai trasmessi in televisione per due miliardi e mezzo. Poi li rivende ad altre emittenti locali sparse per l’Italia. Altri, per la verità, hanno avuto la stessa idea, ma Berlusconi rispetto ad essi ha una liquidità maggiore, e forse anche più coraggio, visto che il mercato televisivo è ancora tutto da inventare. Alle emittenti che entrano nel suo circuito Berlusconi offre film a prezzi ridottissimi. In cambio, esse si impegnano a trasmettere la pubblicità fornita dalla neonata Publitalia, la concessionaria pubblicitaria del gruppo di Segrate.
Berlusconi è ormai pronto al grande salto: è ai primi posti nell’elenco dei contribuenti milanesi, nel ’77 è stato nominato cavaliere del lavoro insieme a Gianni Agnelli, Leopoldo Pirelli, Gaetano Caltagirone. Roberto Gervaso, scrittore iscritto alla P2, lo descrive così: “È una specie di magnete, caricato a dinamite, esplosivo in ogni direzione... troppo modesto per parlare di se in terza persona ma non abbastanza per rinunciare al plurale maiestatico... Ama celiare su tutto, sopratutto su se stesso, ma sotto sotto non dubita di essere il più capace, il più indefesso, il più lungimirante. Niente gli sfugge e deve sfuggirgli”.
I tempi sono maturi, insomma, perché il 12 novembre 1979 venga registrata la società Canale 5 music S.r.l, venti milioni di capitale, amministratore unico il solito illustre sconosciuto, tale Giovannino Ciusa da Macomer.
Spiegherà, Berlusconi, che quel 5 significa che lui punta a piazzarsi dietro le tre reti Rai e Telemontecarlo. Le cose, come sappiamo, gli andranno in effetti molto meglio.
Creato il contenitore, Berlusconi inizia ad occuparsi del contenuto: “La mia sarà una tv ottimista - spiega - dati i troppi fattori ansiogeni presenti nella società”. Una sera, verso la fine del ’79, gli spettatori di Canale 5 vedono apparire a sorpresa sullo schermo il volto-Rai per eccellenza, quello di Mike Bongiorno, che presenta un gioco dal titolo “i sogni nel cassetto”. La campagna acquisti continua con Corrado e poi con Gigi Sabani e Claudio Cecchetto. Ma il primo colpo davvero serio allo strapotere Rai, Berlusconi lo piazza nel 1980. Per un milione di dollari si aggiudica infatti il diritto a trasmettere il mundialito, torneo di calcio a quattro tra Italia, Brasile, Germania e Argentina. Roba da dieci milioni di spettatori, quindi da venti milioni di occhi per gli inserti pubblicitari che Publitalia piazza tra un gol e un dribbling di Maradona. Nasce lo slogan “Torna a casa in tutta fretta, c’è Canale 5 che ti aspetta”. E nasce anche il mito nazional popolare di “Dallas”, il serial televisivo che inchioda sulla tv berlusconiana milioni di persone ogni sera. Berlusconi compra pronta cassa i programmi americani, bruciando sul tempo il pachiderma Rai. Il suo impero si gonfia. Berlusconi raccatta quello che può. Intorno a mezzanotte, sui suoi schermi, vanno in onda persino gli spot sulle casse da morto.
Se tutto questo riempia anche i forzieri della Fininvest non si sa. Nell’ottobre ’81 l’agenzia di stampa Aipe scrive che “Silvio Berlusconi ha perduto secchi quest’anno 60 miliardi, bruciati dalle sue megalomani imprese televisive”. D’altra parte anche il mercato del mattone, altro fronte su cui è impegnato il cavaliere, attraversa un momento di crisi. Per recuperare denaro liquido Berlusconi entra nel mercato del risparmio alternativo. Offre cioè ai risparmiatori di associarsi a una iniziativa economica e di condividere con lui guadagni e perdite in proporzione all’impegno sottoscritto. Una operazione da manuale è quella che scaturisce dall’acquisto di Italia Uno, l’emittente creata dall’editore Edilio Rusconi. Berlusconi la compra per trenta miliardi, e la fonde con Rete 10, una sigla creata di fresco e ricca soprattutto della firma prestigiosa di Indro Montanelli.
A questo punto - scrive su “La Repubblica” del 30 settembre 1983 Giuseppe Turani - Berlusconi decide che Rete 10 con dentro Italia Uno vale 100 miliardi “e mette in vendita porta a porta queste poche cose per la modica cifra di 100 miliardi, cioè circa tre volte tanto la cifra spesa per comprare l’intero pacchetto da Rusconi”. Nasce anche la rete di vendita di Programma Italia.
Ma Berlusconi sa che per entrare nel salotto buono dell’editoria italiana bisogna avere almeno un quotidiano.
Fallita la scalata al “Corriere della Sera”, il Cavaliere ripiega sul neonato “Giornale” di Indro Montanelli. Ma il colpo grosso, nel settore della carta stampata, è l’acquisto di Tv Sorrisi e canzoni, settimanale popolare che nel 1983 era finito nell’orbita di influenza di una società estera del Banco Ambrosiano. Proprio sul Banco Ambrosiano scoppia una polemica tra sua emittenza e il direttore del “Giornale” Montanelli. Il popolare giornalista, infatti, protesta contro il suo editore, che avrebbe fatto pressioni perché non venissero pubblicati una serie di articoli contro il presidente dell’Ambrosiano, il piduista Roberto Calvi.

Un decreto tutto suo

Ma altri problemi stanno per addensarsi sulla testa di Berlusconi: il 17 luglio del 1981 la Corte Costituzionale ha stabilito che soltanto la Rai Tv ha il diritto di trasmettere su tutto il territorio nazionale, e invita il parlamento a regolamentare il far west dell’etere. Nell’82 la Rai denuncia canale 5 “per la contemporaneità delle trasmissioni non via etere, ma a mezzo di videocassette su varie emittenti, intaccando così il privilegio monopolistico”. Le schermaglie legali si trascinano a lungo, mentre il parlamento evita accuratamente di intervenire fino all’ottobre del 1984, due mesi dopo l’acquisizione, da parte di Berlusconi, di una terza rete televisiva, Rete Quattro, fondata dal gruppo Mondadori e caduta in un profondo coma finanziario.
Punto di riferimento giuridico sono una serie di sentenze della Corte Costituzionale, che, in base alla legge, precludono alle imprese private la possibilità di istituire e gestire in qualsiasi modo attività televisive aventi carattere nazionale.
Il caso esplode quando, in seguito ad una motivata denuncia del presidente di un’associazione di televisioni indipendenti, tre pretori (di Torino, Roma e Pescara) oscurano le frequenze delle reti berlusconiane. Il reato ipotizzato è la violazione dell’articolo 215 del codice postale, che limita all’ambito locale le trasmissioni delle tv private. Il provvedimento è del 16 ottobre. Il 20 di quel mese Berlusconi vola a Roma, a Palazzo Chigi. Poche ore dopo, uno speciale decreto del presidente del Consiglio Craxi azzera il provvedimento dei pretori e riaccende le luci alle reti Fininvest. Un mese dopo il decreto di Craxi verrà respinto dal parlamento perché anticostituzionale, ma intanto, in mancanza di leggi, Berlusconi continua a trasmettere. Lo farà fin quando, nel 1990, una discussa legge, passata col nome del ministro delle Poste Mammì, non ratificherà la situazione di monopolio della Tv privata costituito nel frattempo da Sua Emittenza.

Una tribuna allo stadio

Il trionfale ingresso di Silvio Berlusconi nel Milan Football club fu qualcosa di più della consueta, per l’Italia, promozione a “presidente” del palazzinaro arricchito. Di norma, i padri-padroni delle società di calcio erano personaggi di livello provinciale, che guardavano alla squadra come ad uno strumento di pubblicità, di contatti nel giro della politica e degli affari, di raccolta di denaro fresco attraverso le partite casalinghe domenicali e gli abbonamenti. A volte si mettevano in politica, spesso finivano in galera. Sempre, trasferivano nella società calcistica un clima familiare, fatto di bonomia e incompetenza insieme.
Berlusconi no. La conquista del Milan all’inizio del 1986, si capì subito, era il tassello di una strategia, la tappa di una azione a largo raggio diretta, più che a Milano, all’Italia intera, e magari all’Europa. Come, in un altro settore, la “Standa” (anch’essa entrata nell’impero economico del cavaliere), il Milan era non solo il calcio, ma la gente, le famiglie, la vita quotidiana, il rapporto del capo-popolo con il suo pubblico di consumatori. Ed era anche l’impresa, l’azienda da far funzionare secondo il modello Fininvest, l’occasione per sinergie, pubblicità, immagine: e quindi soldi; e quindi potere.
L’inizio della nuova era fu spettacolare. Silvio Berlusconi scese sul campo di Milanello, dove era in corso l’allenamento, dal cielo, in compagnia del figlio Piersilvio e del fedele Galliani, a bordo di un elicottero Agusta 109 bianco e blu. Durante la colazione, volle stringere la mano a tutti i giocatori e regalò loro un calice d’argento firmato Cartier. La coreografia si ripeté, in modo ancor più suggestiva, in luglio, quando, dopo una dispendiosissima campagna acquisti (divennero rossoneri Bonetti, Massaro, Donadoni, Giovanni Galli, Galderisi), il presidente presentò la nuova squadra ai tifosi. Gli elicotteri, quel giorno, erano tre: atterrarono nel vecchio stadio dell’Arena, di fronte a diecimila tifosi, sbarcando uno dopo l’altro i giocatori, i tecnici e i dirigenti.
Sotto la pioggia il cavalier Berlusconi pronunciò uno dei suoi più ispirati discorsi. Disse tra l’altro alla folla estasiata di diecimila milanisti: “Nelle mie attività mi sono abituato ad essere il primo, anzi mi sono talmente abituato che ci resterei davvero male ad essere secondo nel calcio. Il Gruppo adesso è come un iceberg: la parte non visibile è il resto dell’attività, quella che brilla agli occhi di tutti è il Milan. Adesso siamo costretti a fare bene, questo è l’imperativo categorico del Milan”.
L’uomo ha dunque applicato al calcio il suo stile, i suoi metodi economici e le sue categorie politiche; e nello stesso tempo ha frequentemente usato il calcio come metafora della sua visione della società. Quando, conquistato con Sacchi il primo trionfale scudetto e la prima Coppa dei Campioni, propose di trasferire direttamente in nazionale otto undicesimi del suo Milan, e fu criticato da avversari e concorrenti, si ribellò con toni craxiani, mescolando calcio e politica: “Ho letto commenti che mi hanno sbalordito. Sono stato invitato a tacere. Se non possedessi uno spiccato senso dell’umorismo, dovrei dire che certi titoli erano in bilico tra stalinismo e fascismo.
Se uno non è padrone di esprimere le proprie opinioni, significa che la situazione del calcio in Italia è diventata particolarmente pericolosa”. In un’altra intervista, mescolando campionato, Coppa dei Campioni e recenti elezioni amministrative (si era nel ’90) confidò: “Quando ci hanno strappato lo scudetto, l’indignazione è stata grande. Ci siamo sentiti un’isola, abbiamo dubitato di dover continuare... Ma abbiamo quattro milioni di tifosi, non potevamo deluderli. Il sentimento di amarezza ha avuto anche riflessi politici. Il successo della Lega Lombarda vorrà pur dire qualcosa, no?”.
All’indomani - era il maggio del 1990 - della sconfitta a Verona che aveva tolto al Milan lo scudetto (finito al Napoli), Berlusconi si era presentato incupito e infuriato alla Fiera di Milano, dove si erano raccolte cinquecento persone per un convegno dell’associazione dei broker assicurativi. Erano i giorni in cui, al Senato, era passato un emendamento (poi abrogato) che vietava gli spot pubblicitari durante i film. Il cavaliere esternò: “Posso dire che il cittadino Berlusconi è indignato perché il suo senso di giustizia è ferito. In tre settori importanti, calcio, televisione ed editoria, accadono cose ingiuste ai miei danni... Come mi difenderò? Andrò avanti per la mia strada”.
Nell’ordine: calcio, televisione, editoria. Ma anche, perché no?, ciclismo e politica. Nell’estate del ’92, in un memorabile intervento telefonico in diretta con il “Processo” di Aldo Biscardi, Berlusconi non esitò a definire “nipotini di Stalin” coloro che criticavano il ministero delle Poste, che aveva consentito alla Fininvest di scippare alla Rai l’esclusiva delle riprese del giro d’Italia. Nel novembre dell’anno successivo, all’annuncio del suo probabile ingresso in politica, di fronte ad una disincantata e non servile platea di corrispondenti stranieri, Berlusconi, a volte in difficoltà nell’argomentare, trovò un solido ancoraggio dialettico nel ricorso all’esempio calcistico (“Sono un innovatore. Arrivato nel Milan ho cacciato Liedholm, che era considerato un mostro sacro.”) e spiegò che la rinuncia ad un fronte di centro-destra contro il pericolo comunista equivaleva “alla decisione di una squadra fortissima di giocare contro un’altra più debole mettendo in campo cinque giocatori nel primo tempo e sei giocatori nella ripresa, perdendo così la partita”.
In realtà, al suo arrivo al Milan Berlusconi non si era limitato a portare il suo mitico entusiasmo e la sua capacità di lavoro (che avevano fatto esclamare al suo amico del cuore e di P2, Roberto Gervaso: “Ho scoperto che Silvio non era più solo un vulcano, ma un terremoto; non era più solo una centrale atomica, ma una centrale dell’uranio; non era più solo un computer, ma un’intera Ibm”). Aveva riempito il Consiglio d’amministrazione di berlusconiani puri, dal fratello Paolo (vicepresidente), all’immancabile Fedele Confalonieri, a Marcello dell’Utri, a Gigi Vesigna (direttore di “Sorrisi e canzoni” e poi di “Noi”), all’amico Sergio Travaglia; ed aveva estromesso l’indocile Gianni Rivera. Aveva dato il via, attraverso l’organizzazione dei Milan club, ad un inedito “culto della personalità” (“L’uomo che attendevamo. L’uomo del nostro presente e del nostro futuro”, era l’omaggio che si leggeva sul giornalino milanista). E non aveva dimenticato, infine, le sue radicate convinzioni storico-politiche.
Talché, riferì la stampa, alla proposta di ingaggiare come allenatore il capace Osvaldo Bagnoli, rifiutò seccamente con la seguente motivazione tecnico-tattica: “Quello? Quello mai, è un comunista!”.

Una esternazione tira l’altra

Da bravo capopopolo, che sa come il carisma si consumi con l’uso eccessivo, Silvio Berlusconi ha misurato le apparizioni sulle proprie reti. Non tanto per discrezione, o per coscienza dei limiti del potere nel campo delicatissimo della pubblica informazione. All’opposto: quando si trattò di mettere in campo le sue truppe per influenzare le decisioni del parlamento e del governo, anche attraverso la manipolazione e la mobilitazione dell’opinione pubblica, il patron della Fininvest non mostrò esitazioni. Si videro così drammatiche trasmissioni di annunciatori col bavaglio, quando i pretori si azzardarono a cercare di far applicare nell’etere le sentenze della Corte Costituzionale; si mobilitarono poi, nel 1992, tutte le star del gruppo, in una “serata di lotta” dai toni beceri e intolleranti, allo scopo di difendere il diritto alle “telepromozioni”, illustrato in diretta dal “teorico” della materia, Mike Bongiorno. E tuttavia in due occasioni l’uomo ritenne opportuno scendere in campo in prima persona, esternando come un presidente della Repubblica attraverso le reti di sua proprietà, e rilanciando ossessivamente ai telespettatori la registrazione della trasmissione. La più recente di queste invasioni di campo coincide con l’annuncio di una possibile nascita del “partito di Berlusconi”. Al posto di un film, e in barba alle proclamazioni di “autonomia” dei programmi giornalistici, il padrone della Fininvest ha imposto in un sabato di fine novembre 1993 la registrazione integrale della sua comiziesca conferenza alla sede della stampa estera.
Ma il più clamoroso precedente delle esternazioni di Berlusconi risale al novembre del 1988 quando, nell’ora di punta televisiva del giorno dei morti, si presentò su Retequattro annunciato solennemente da Guglielmo Zucconi e accompagnato dal cerimonioso Gianni Letta. Era accaduto che due parlamentari avevano denunciato a Palazzo Madama e a Montecitorio l’azione “lobbystica” di agenti della Fininvest. Berlusconi, che già stava mettendo a punto la strategia per contrastare l’aborrita legge antitrust nell’informazione e nell’etere, decise di giocare d’anticipo e di denunciare l’”odiosa macchinazione” contro di lui. Il suo comizio non fu, pare, un successo televisivo; ma servì a marcare un punto di principio, attorno al quale ogni forza politica era chiamata a schierarsi: si può limitare il potere di Berlusconi? Quanto al “lavoro di lobby”, specialità certo non ignota a Sua emittenza, fu significativa la dichiarazione dell’allora presidente (democristiano) della Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai-tv, Andrea Borri, che precisò e in qualche misura rovesciò il senso di quell’accusa: “Ma certo - disse - che esiste la lobby Berlusconi, non bisognava arrivare alle denunce di questi giorni per scoprirlo. Il problema vero, però, non è quello della Fininvest, bensì quello del Psi. Per questo non condivido le denunce dei miei colleghi... Soltanto se i socialisti saranno costretti a perdere sempre più la faccia per difendere il Cavaliere, si potrà riuscire a superare questo ostacolo”.
L’osservazione era del tutto pertinente, anche se la profezia sulla “faccia a perdere” dei socialisti si sarebbe rivelata errata. Il patto di ferro tra Berlusconi e il Psi di Craxi e Martelli, l’alleanza scellerata tra potere e informazione, stava per affrontare le due prove decisive: la battaglia per la Mondadori, e la nuova legge sull’emittenza destinata a rendere legale, senza vincoli e senza limiti, l’impero pirata conquistato dal Cavaliere.

La battaglia di Segrate

La battaglia di Segrate (il paese dell’interland milanese dove ha sede, in un moderno grattacielo con laghetto, la casa editrice Mondadori) affonda le sue radici non soltanto nella corsa apparentemente inarrestabile del cavalier Berlusconi verso un controllo sempre più massiccio dei mezzi d’informazione, ma anche nella feroce rivalità - affaristica, politica e infine anche personale - tra la cordata craxiana e il gruppo editoriale Scalfari-Caracciolo da un lato, l’ingegner Carlo De Benedetti, padrone della Olivetti, dall’altro. I primi erano accusati da Craxi, Martelli, Intini e compagnia di aver costituito un “Partito trasversale” contrario al Psi e alle sue ambizioni:
proprio mentre si preparavano le munizioni per la battaglia alla Mondadori, Craxi-Ghino di Tacco, riferendosi ad una serie di notizie riportate dall’Espresso e da Repubblica sul presunto fermo a Malindi di Claudio Martelli per una questione di marijuana, inveì sull’”Avanti!” contro “l’ispirazione e l’incoraggiamento dell’unico mascalzone grandissimo, incommensurabile e recidivo” (Eugenio Scalfari, capirono in molti). Quanto a De Benedetti, il fatto che non praticasse un anticomunismo professionale, e non avesse particolarmente familiarizzato con gli uomini della corte craxiana, aveva suscitato diffidenze e gli aveva attirato l’immeritata definizione di “ingegnere rosso”.
Fu in questa situazione che, nel maggio del 1988, Carlo De Benedetti si insediò al vertice della Mondadori. E poiché la casa di Segrate era comproprietaria, al cinquanta per cento della società che editava l’Espresso e Repubblica, si cominciò a delineare una alleanza inedita nel settore dell’editoria. L’autonomia del gruppo Espresso era tuttavia garantita, ancora, dalla nomina di Scalfari ad arbitro e garante in seno al Consiglio di amministrazione.
Ma il vero scontro mortale si apri nell’aprile del 1989, quando Scalfari e Caracciolo vendettero le proprie azioni e il loro gruppo editoriale fu di fatto assorbito dalla Mondadori. Nasceva nel campo dell’informazione una nuova, inquietante concentrazione di forze e di affari: essa comprendeva, accanto al primo quotidiano nazionale, i news-magazine più venduti - e tradizionalmente concorrenti - Espresso e Panorama, molte altre testate periodiche, il settore librario, la “Manzoni” nel campo della raccolta pubblicitaria. Era il quarto polo monopolistico - accanto a quelli di Fiat-Rizzoli, Berlusconi, Gardini - nei mezzi di comunicazione, e completava la spartizione di quel settore, strategico per la democrazia, tra le grandi famiglie che erano anche proprietarie dell’economia italiana, della finanza e della borsa.
L’iniziativa di De Benedetti e Scalfari - di per sé pericolosa per un pluralistico assetto della carta stampata - si rivelò tuttavia, ben presto, un boomerang. Essa creò infatti le condizioni materiali per un nuovo assalto alla libertà d’informazione, stavolta condotto in prima persona dall’uomo delle televisioni, Silvio Berlusconi. Egli era, per ora, azionista di minoranza, e apparentemente dormiente” all’interno della Mondadori. E anzi si lamentava del trattamento che gli veniva riservato: “Ho chiesto loro di accettarmi come passeggero dell’automobile, non di condurla... Mi è stato risposto di no e, anziché farmi accomodare sul sedile posteriore, mi si investe ogni settimana con articoli ostili, pubblicati sui giornali del gruppo.
Mentre il patron della Fininvest sonnecchiava sul sedile posteriore della Mondadori - ma era ben sveglio altrove, impegnato in una frenetica espansione in altri Paesi (Francia e Spagna, con l’aiuto dei locali governi socialisti) e, in Italia, in ogni campo della comunicazione (cinema, libri, distribuzione, tv, pubblicità) - nelle stanze del Palazzo subiva un ribaltone l’equilibrio politico: Forlani, all’inizio del 1989, scalzò De Mita dalla segreteria democristiana, e poi lo estromise dalla guida del governo, che fu affidata ad Andreotti, con Martelli come vice. Nasceva quell’accordo di ferro tra Craxi, Andreotti e Forlani che prese il nome di Caf: era, insieme, un patto di potere per il futuro (in vista della distribuzione, nella successiva legislatura, delle cariche di presidente della Repubblica e presidente del Consiglio) e un patto di spartizione totale per il presente. Il Caf partì all’attacco di ogni carica, centrale o periferica, politica o bancaria, di ogni posizione di apparente autonomia.
Secondo la logica del Caf furono assegnati i posti di direttore nei giornali, nelle agenzie di stampa, nella Rai. Il Caf pretendeva il controllo di tutto, e ogni giorno sull’”Avanti!” il direttore Antonio Ghirelli lanciava i suoi corsivi contro il Ptr (Partito trasversale di Repubblica), considerato indocile e ancora non allineato. Era, per molti aspetti, uno scontro che si combatteva con motivazioni, strumenti e uomini di Palazzo. Lo teorizzò il vicepresidente del Consiglio Claudio Martelli, che spiegò da par suo quali erano i concreti interessi in gioco: “Senza accesso ai media il politico non agisce, non comunica, non esiste. I media hanno il potere di innalzare o distruggere una carriera, un’idea, perfino un partito politico...”. E tuttavia la battaglia riguardava un bene più grande, la libertà d’informazione, che era affare di tutti.
L’attacco di Berlusconi alla Mondadori si sviluppò nel dicembre del 1989, e fu preparato - a quanto si seppe - da un adeguato lavoro al corpo di Luca Formenton, ago della bilancia in seno alla società. Alle ore 17 del 25 gennaio 1990 il Cavaliere si insediò alla presidenza della Mondadori. Si formava così un monopolio senza precedenti nel mondo civile, nel campo della comunicazione: esso si estendeva dalla tv, al cinema, ai libri, ai giornali, al controllo pubblicitario. Esso era, per di più, un monopolio legato mani e piedi ai gruppi di potere dominanti: era insieme un loro strumento e un loro ispiratore. Aveva accesso illimitato al credito bancario, controllato politicamente (e ciò lo metteva in condizioni di dipendenza); ma nello stesso tempo era in grado di costruire dal nulla un personaggio - si pensi alla carriera di Vittorio Sgarbi - di appoggiare campagne politiche, di orientare l’opinione pubblica, le sue scelte politiche, la sua cultura. Quanto alla posizione strategica del nuovo Grande Fratello, essa fu ben definita da un raffinato intellettuale del momento, l’onorevole Paolo Cirino Pomicino:
Berlusconi è uno dei grandi imprenditori di questo Paese, e non mi sembra abbia mai legato la propria posizione a questo o a quello. Ha una serie di amici autorevoli, naturalmente: e tra questi ci sono certamente anche Craxi, Andreotti e Forlani...”. Gli fece eco il solitamente prudente Fedele Confalonieri, che rivelò brutalmente il programma Fininvest: “La nostra informazione sarà omogenea al mondo che vede nei Craxi, nei Forlani e negli Andreotti l’accettazione delle libertà”.

Il cavaliere buono

L’arrivo di Silvio Berlusconi a Segrate, tempio dell’editoria italiana, avvenne nello stile dell’uomo. Un suo collaboratore lo aveva messo in guardia contro quell’agglomerato umano “pieno di belve comuniste”. Sua emittenza decise di conquistarlo con una esibizione di potenza e insieme di magnanimità, così come gli era ben riuscito con i Milan club. Quei giorni sono stati ben raccontati da Claudio Bernieri, giornalista dell’”Europeo”.
Berlusconi cominciò con l’invitare a cena, gruppo dopo gruppo, tutti i giornalisti nella sua villa di Arcore. I presenti avevano diritto, nell’ordine, a: 1. Una cena, alla presenza del padrone, che scherzava amabilmente e raccontava barzellette; 2. Un regalino, del tipo orologio da tavolo, set di pennarelli in fodera d’argento, orchidea d’argento (per le direttrici dei periodici femminili), biglietti per le partite del Milan; 3. Visione e ascolto del Berlusconi medesimo mentre si esibiva al piano nell’esecuzione di “Après l’amour” di Charles Aznavour; 4.
Visita alla reggia di Arcore, con sosta nella cappella, così raccontata a Bernieri da un vice-caporedattore di “Grazia”: “Berlusconi ha schiacciato il bottone, come nel film “II caro estinto”, e s’è diffuso, preregistrato, un bellissimo canone mortuario di Bach. Qui lui si confessa e fa la comunione come vuole la mamma”.
In Mondadori Berlusconi si presentò un giorno a mangiare alla mensa aziendale e, con delizia delle cameriere, pagò di tasca propria (“Com’è il rancio, caporale?” “Ottimo e abbondante, signor colonnello”). Accadde poi che un fattorino dell’ufficio-posta, dopo la vittoria del Milan a Napoli, compose un poemetto e lo spedì al quinto piano, dove il presidente si era insediato. Dicevano i versi, denominati “L’Inno al Lambro”: “S’udiva intanto dalle curve armate/ un urlo che arrivò sino a Lambrate/ era un lieto presagio del tre a zero / e il Milan mormorò: non passa lo straniero!”. Ammirato, il presidente mandò a chiamare il fattorino e conversò amabilmente con lui e con un altro commesso. Il fattorino così raccontò, poi, quell’indimenticabile incontro: “Ci ha parlato del Maldini che arriva in campo scoppiato per colpa della morosa e di quell’altro centravanti che ha le emorroidi. Io gli dico: “Dutur, non ho mai visto nessuno che scende in mezzo al popolo come lei”. Mi risponde:
“c’è qualcuno che gli dà fastidio la mia popolarità, ovvero certi giornalisti con la puzza sotto il naso”.
La conquista di Segrate era tuttavia solo una nuova tappa nell’espansione del potere di Sua emittenza. Forte del patto di ferro stretto con il Principe politico, il padrone dell’informazione puntava ad un ulteriore rafforzamento:
“Credo che i gruppi editoriali italiani debbano espandersi ulteriormente, e ciò è in contrasto con le manifestate volontà di porre tetti allo sviluppo. Questo significa tagliare le ali ai gruppi, guardando soltanto a problemi di cortile, anzi di pollaio! Quest’atteggiamento sconsiderato deve mutare!”.
L’ordine era dunque dato, contro ogni progetto di normativa anti-trust. Prendeva corpo l’assalto decisivo:
quello che avrebbe portato alla consacrazione per legge del monopolio dell’etere e della pubblicità, sotto il nome di legge Mammì.

Una legge su misura

L’ascesa finanziaria ed editoriale di Berlusconi, come questa biografia è venuta dimostrando, si è svolta sotto un duplice segno: l’assenza, o l’elusione, delle regole e delle regolamentazioni; la protezione politica craxiana, che assicurava, nei momenti decisivi, l’impunità, rendeva possibili i grandi finanziamenti bancari, preparava le condizioni e le alleanze per la conquista di nuove posizioni. Tutto il contrario, cioè, della filosofia ufficiale proclamata dal Cavaliere, quella della “sana imprenditoria” e del “libero mercato”. Mai concentrazione finanziaria in Italia, in realtà, godette di un così ferreo protezionismo. A questi fini era stata funzionale, per tutto un periodo, l’assenza di una moderna normativa antimonopolistica, così come prevista, sotto diverse forme, in tutti i Paesi occidentali. Quella dell’”etere selvaggio” e dell’applicazione nel settore delle norme regolatrici di uno Stato di diritto è stato per lungo tempo un caposaldo della filosofia berlusconiana: “I nostri politici stanno fieramente meditando di darci presto una bella legge sulle televisioni private. Io, invece, sono convinto che non c’è bisogno di alcuna legge, perché il mercato ha in sé tutti gli anticorpi necessari per provocare un’autoregolamentazione”. E ancora: “Sento dire che la pubblicità va disciplinata. Questi discorsi si ispirano ad una logica dirigistica, per non dire autoritaria, del tutto inaccettabile. Ancora più aberrante è l’idea di imporre un tetto artificiale al circuito pubblicitario dei circuiti televisivi nazionali”.
Con l’avvento al potere del Caf, tuttavia, Sua emittenza poteva permettersi di cominciare a cambiare la sua filosofia. Conquistato il predominio assoluto nella comunicazione, la Fininvest aveva a portata di mano l’obbiettivo massimo: quello della “legalizzazione dell’esistente”, cioè dell’imposizione per legge del monopolio.
Fu questo l’oggetto del braccio di ferro svoltosi attorno alla normativa che prese poi il nome di “legge Mammì”.
Da una parte, per la prima volta, si cercava di mettere ordine democratico nella giungla dell’etere, di limitare le posizioni monopolistiche, di garantire la concorrenza nel campo della raccolta pubblicitaria. Dall’altro, si cercava di cogliere l’occasione per dare il sigillo definitivo, e legale, alla posizione di predominio conquistata da Berlusconi proprio grazie all’assenza di regole e alle protezioni politiche. Da questo punto di vista ogni norma che si proponesse di modificare l’inaccettabile situazione di fatto era definita volta a volta “un abuso”, “un sopruso”, “una misura sconsiderata”. Così accadde per l’emendamento, votato a maggioranza dal Senato, che vietava le interruzioni pubblicitarie dei film (come nelle tv di molti altri Paesi).
Silvio Berlusconi considerò quella misura un affronto personale: “Dopo il voto al Senato sulla legge Mammì il nostro stato d’animo è d’indignazione. Siamo affranti, per questa decisione. Sì, siamo affranti perché crediamo di aver svolto in Italia un ruolo importante, in questi ultimi dieci anni, migliorando, attraverso la televisione commerciale, la qualità della vita della gente e il tasso di democrazia...”.In soccorso della Fininvest, naturalmente, si mosse l’intero rullo compressore craxiano. Si lamentò il capogruppo dei senatori Fabbri (destinato con gli anni ad essere promosso a ministro della Difesa): “È stato un colpo di mano furbesco e politicamente grave”. Si scatenò personalmente Bettino Craxi: “La legge contiene norme assolutamente irragionevoli... Il taglio degli spot è irragionevole e danneggia anche il cinema. Così com’è la legge Mammì non passa”.
E tanto avvenne, in era di Caf trionfante. Negli unici punti positivi che limitavano il monopolio e l’indiscriminata raccolta pubblicitaria, la legge fu emendata alla Camera, e poi imposta con una raffica di voti di fiducia. Ciò costò le dimissioni dal governo Andreotti dei ministri della sinistra dc, che si era unita alle sinistre nella battaglia di libertà. Ma il Principe a tre volti marciava come un treno. Nel Transatlantico di Montecitorio il messo Fininvest Gianni Letta si muoveva da padrone. Commenterà Beniamino Andreatta: “Non ho mai visto una lobby sfacciata come quella che sostiene Berlusconi in Parlamento”.

Due passi avanti, uno indietro

Anche la vittoria, tuttavia, ebbe un suo prezzo. Ne ottenne il pagamento, pare, uno dei tre membri del Caf, Giulio Andreotti. Non di una tangente si trattava, ma di una sia pur limitata rinuncia, destinata a rendere meno sfacciato il predominio dell’asse Craxi-Berlusconi. Il prezzo era una nuova “piccola spartizione” della Mondadori.
Si vide Carlo De Benedetti sempre più spesso in visita al presidente del Consiglio, e persino oratore appassionato ai convegni della sua corrente. Nel frattempo prima gli arbitri e poi il tribunale avevano dato ragione alla Cir di De Benedetti. Berlusconi decadde da presidente della Mondadori la sera del 29 giugno 1990, dopo centocinquantasei giorni di comando. Toccò poi ad un inedito mediatore, Giuseppe Ciarrapico, definire e solennizzare la spartizione. Per qualche settimana l’uomo di Andreotti e della Fiuggi fu visto, in tutti i telegiornali, trasferirsi da un quartier generale all’altro, da un albergo all’altro, per incontrare i contendenti. Nelle sue mani, in quelle mani, era dunque una parte importante della libertà di stampa in questo Paese: a tanto si era spinta la situazione nell’era del Caf.
Alla fine, Berlusconi si tenne il grosso della Mondadori e del monopolio della carta stampata. Furono scorporati l’Espresso, Repubblica, i quotidiani locali della Finegil e parte della concessionaria di pubblicità Manzoni.
La vittoria strategica di Berlusconi sarebbe poi stata perfezionata nella fase dell’assegnazione delle frequenze.
Un ingegnere della Fininvest, come denunciarono i delegati di molte tv minori, si installò permanentemente al ministero delle Poste, retto da Oscar Mammì, che aveva come segretario un certo Davide Giacalone (destinato, più tardi, a finire come consulente di lusso sui libri paga Fininvest). Il “piano frequenze” che ne risultò era sfacciatamente favorevole alle tre reti nazionali e alle tre “pay tv” di Berlusconi.
Alla conclusione della guerra dell’informazione Sua emittenza poteva dirsi soddisfatto: portava a casa, e stavolta con sanzione di legge, il più grande impero della comunicazione mai esistito in un Paese democratico.
In più, continuava a godere dell’appoggio illimitato del Principe, destinato, anche col suo sostegno, a dominare per decenni l’Italia.
Eravamo agli inizi del 1992, alla vigilia delle elezioni politiche. Proprio in quei giorni un oscuro sostituto procuratore di Milano, Antonio Di Pietro, aveva arrestato un personaggio di medio livello del mondo politico milanese, un certo signor Mario Chiesa.

Tangentopoli

AlI’atto della stesura di questo libro, Silvio Berlusconi non risulta coinvolto personalmente in Tangentopoli, anche se i suoi collaboratori più stretti - da Letta a Galliani a Confalonieri, al fratello Paolo - risultano indagati dalla magistratura per vicende varie connesse all’edilizia (Paolo Berlusconi), all’attività della Fininvest e alla spartizione delle frequenze. Tutto sommato, e anche rispetto ad altri colossi industriali, il gruppo è stato solo sfiorato dallo scandalo. E tuttavia il capitolo politico-giudiziario della storia italiana che va sotto il nome di Tangentopoli è stato certamente il più nero per il signor Silvio Berlusconi. Il fatto è che sono venuti via via crollando - travolti dalle rivelazioni dei giudici e dalla presa di coscienza dell’opinione pubblica - tutti i referenti politici. Prima è stato messo da parte Andreotti; poi è franato Martelli; poi ancora - colpo tremendo - è stato travolto Bettino Craxi. È toccato, infine, a Forlani. Persino il giovane e brillante Giacalone, così esperto e così amico, era indagato proprio perché sospettato di aver fatto inghippi nell’assegnazione delle frequenze. Dov’era più il Caf? Dove la calda cuccia protettiva degli amici politici che avevano assecondato per decenni le attività del Cavaliere? Il sorriso radioso stampato sulla bocca di Berlusconi, quando in cappotto blu e sciarpa bianca era volato a Roma per festeggiare all’hotel Raphael Bettino Craxi, salvato dal pentapartito alla Camera, contro le richieste dei giudici, si era presto dovuto spegnere di fronte all’incalzare degli eventi di Tangentopoli. Gli anni ’80 erano davvero finiti; bisognava trovare nuove complicità politiche o perire.
Non si apriva solo il rischio che fossero riviste le norme sfacciatamente pro-Berlusconi della legge Mammì. Il problema, anzi il dramma, erano le banche. I debiti di bilancio, dichiarati, erano di oltre tremilacinquecentomiliardi;
quelli reali, secondo stime non malevoli del settimanale “Il Mondo”, si aggiravano attorno ai quattromilacinquecento miliardi. A garanzia dei crediti ottenuti la Fininvest aveva dovuto impegnare il cinquantaquattro per cento delle azioni ordinarie “Standa” (con la Cariplo) e il cinquantun per cento delle ordinarie Mondadori (con il Credito italiano). Che cosa sarebbe accaduto se le banche avessero preteso di vederci chiaro, e per intanto avessero cominciato a stringere i cordoni della borsa ? A quali santi politici votarsi, in una eventualità del genere?
È probabilmente nel fuoco tormentoso di questo dilemma che è maturata nel Cavaliere la decisione dell’ultima avventura, o meglio del rilancio alla roulette: l’ingresso diretto in politica, per assicurarsi, ad ogni costo, un potere amico.
Il partito di Berlusconi “Intanto la disdico subito!”. Era un Berlusconi sgrammaticato e infuriato quello che venerdì 26 novembre del 1993, davanti ai corrispondenti della stampa estera riuniti per una conferenza stampa, si difendeva dalle accuse di aver vissuto nel vecchio regime travolto da tangentopoli come un topo nel formaggio. Pochi giorni prima sua emittenza aveva dato l’annuncio della nascita del “partito di Berlusconi” attraverso un’intervista ad “Epoca”, uno dei settimanali del gruppo. L’uomo era presentato così: “Silvio Berlusconi, cinquantasette anni, una fortuna costruita in una generazione inventando la tivù commerciale italiana”.
Sua emittenza dava una giustificazione poco credibile alla decisione, appena presa, di nominare (verosimilmente su pressione del mondo bancario) Franco Tatò, della Mondadori, amministratore delegato della Fininvest:
“Da tempo anche i miei più stretti collaboratori insistevano perché diminuissi il ritmo del mio lavoro”. Se la prendeva, poi, come al solito, con “tutti coloro che hanno fatto e fanno del catastrofismo”. Infine veniva al dunque, utilizzando quasi alla lettera (ma spacciandoli per suoi) frasi e concetti di un intellettuale divenutogli amicissimo, il professor Giuliano Urbani. Frasi non particolarmente originali, in realtà. Ma che tendevano a delineare una prospettiva politica, o almeno una certa concezione della politica. Per esempio: “Dirò che abbiamo bisogno di un’amministrazione della “cosa pubblica” ispirata alla medesima cura che ciascuno di noi impiega nella gestione dei propri affari e della propria famiglia”.
Ma la parte più succosa dell’intervista era quella propositiva. Berlusconi annunciava di voler “mettersi in politica” e dava notizia di un’attività organizzativa già in atto per costruire il partito di Sua emittenza. “Ho aderito all’idea di promuovere una ricerca, provincia per provincia, che tendesse a orientare verso l’impegno politico persone perbene, di buon senso, capaci, che abbiano già dato gli esami nelle imprese, nel lavoro, nelle professioni, nelle università”. A tal fine - aggiungeva - era nata l’associazione “Forza Italia”, con tanto di stemma e di tessera, con l’obbiettivo di svolgere, attraverso i suoi club, “attività di formazione culturale, giuridica, politica... I club terranno riunioni settimanali, saranno previste delle convention regionali e nazionali”. Il tutto, con l’obbiettivo di contrastare il rischio “della sopravvivenza culturale, o addirittura dell’egemonia politica, di una tradizione di pensiero che ha avuto come proprio modello il socialismo reale, in tutte le sue perverse applicazioni”.
Furono dunque espressi in quell’intervista compiacente i propositi che, più rozzamente, sotto la spinta delle domande dei giornalisti, sarebbero poi stati ripetuti da Berlusconi, in novembre, all’inaugurazione di un ipermercato a Bologna e davanti alla stampa estera a Roma. Con in più, in questi casi, la non prevista esternazione sulla preferenza per il neofascista Gianfranco Fini, quale “campione del libero mercato” e “avversario delle sinistre e dei comunisti”.
Ma chi dovevano essere, secondo il Cavaliere, i primi militanti, anzi i quadri del suo nuovo partito? La scelta cadde sui tremila agenti di “Programma Italia”, quelli che battono le città per suggerire investimenti e rastrellare risparmi. Per loro è stato scritto una sorta di libretto rosso (dal titolo “L’Italia che noi vogliamo”), accompagnato da un manuale organizzativo, che va dalla costituzione dei club al “vademecum della metodologia pratica di come impostare una campagna elettorale”. È particolarmente consigliato il raggiungimento dell’”Effetto CocaCola”, quello per cui “si crea nella gente la super-immagine di tutto”. Nel capitolo sull’”amico del seggio” si spiega che “il movimento (...) dovrà individuare tra i votanti di ogni seggio elettorale cinque o dieci persone referenti del candidato, che “attivino e controllino” i voti. Il tutto, “in stretto contatto con la Struttura Selezione e Presenze Tv”.
Con la battaglia per il raggiungimento dell’Effetto Coca Cola si è così definita un’altra tappa - la più singolare e nello stesso tempo disperata - nell’avventura di Silvio Berlusconi: ne esce delineata, con qualche approssimazione, una società in cui la promozione sostituisce la politica, lo spot prende il posto del pensiero, il venditore diventa attore primo della battaglia democratica.

L’Incidente Montanelli

È difficile dire, a storia conclusa, se l’uscita di Indro Montanelli dal “Giornale” fu una cacciata studiata e premeditata, una conclusione spiacevole ma inevitabile, oppure un incidente forse previsto ma mal gestito.
Certo, lo svolgimento degli eventi porta a pensare che le posizioni di Montanelli - elogi a Segni, scetticismo verso la destra estrema e la Lega, sfiducia aperta nei confronti della scesa in campo diretta di Berlusconi -fossero giudicate a un certo punto dal Cavaliere come intollerabili, nella visione “amico-nemico” che sempre più andava consolidandosi nella sua strategia politica. Indro Montanelli, alleato difficile di antiche e comuni battaglie, non pareva ora più affidabile come supporter di “Forza Italia”. Era quindi da considerarsi avversario.
Berlusconi è in preda a un raptus e considera nemici tutti quelli che non vi partecipano. Per lui sono un sabotatore”, confessava Montanelli. E si poteva tenere un sabotatore alla guida del quotidiano “di famiglia”? “Mai Berlusconi approfittò o tentò di approfittare del suo ruolo di editore per esercitare qualche pressione su di noi”, era stato, in periodi di collaborazione, il cavalleresco giudizio pubblico di Montanelli. In realtà la convivenza tra direttore ed editore era stata talvolta burrascosa. Tanto che, in occasione di uno degli screzi, Montanelli aveva fatto sapere: “Berlusconi ha un cervello lucidissimo. Quello che non gli funziona è l’utero”.
C’erano stati episodi di interferenza misteriosi (e infantili, secondo Montanelli), come quando, nel 1985, un articolo sulla trasmissione d’apertura di “La Cinq” in Francia, che conteneva la frase “Silvio Berlusconi è rimasto alzato fino alle 4 del mattino per preparare il programma...”, era uscito sul Giornale nella seguente versione:
Berlusconi è rimasto in piedi fino alle sei del mattino...”. Il Milan e le cronache sportive che lo riguardavano avevano fatto emergere nel presidente della Fininvest umori definibili come “illiberali”. Nel gennaio dell’87 stava per uscire un’intervista in cui il mitico capitano Franco Baresi sosteneva che era meglio avere Berlusconi come tifoso che come presidente. Il pezzo fu titolato: “la difesa del Milan attacca Berlusconi”. Quella sera le centraliniste del giornale contarono cinque telefonate dirette alla redazione sportiva e in partenza da via Rovani (dove il Cavaliere risiedeva): tre erano di Confalonieri, e due del capo in persona, che alla fine assicurò: “Mi consta che Baresi non ha mai rilasciato quell’intervista”. Incidente chiuso, articolo e titolo cestinati. E dimissioni di Sergio Passaro, caposervizio allo sport.
Più tardi i contrasti si erano trasferiti alla sfera politica. “C’erano stati stridori, tra di noi, quando lui pretendeva che il Giornale si schierasse con Craxi”, ha rivelato nel gennaio del ’94 Montanelli. Gli “stridori” erano stati tali che, alla vigilia del voto del 5 aprile, un cronista di giudiziaria del Giornale aveva raccolto la seguente promessa di Bobo Craxi, il figlio di Bettino: “Dopo le elezioni, molte teste cadranno”.
Le teste in effetti dopo le elezioni (e soprattutto grazie a “Mani pulite”) erano cadute; non però nel senso previsto dalla famiglia Craxi. E alla fine del ’93 la tormentata coabitazione tra editore e direttore del Giornale, logorata dai mesi di Tangentopoli, era arrivata al capolinea.
In realtà, Silvio Berlusconi, in virtù dell’unica misura a lui sfavorevole della legge Mammì, aveva dovuto cedere al fratello Paolo il pacchetto di maggioranza. Aveva però mantenuto una consistente (appena inferiore al 30 per cento) quota di minoranza. E nessuno aveva dubbi, al Giornale e altrove, che l’editore vero fosse lui. Al punto che quando Emilio Fede si lanciò, agli inizi del gennaio ’94, in un attacco diretto e pubblico a Indro Montanelli, nessuno pensò “si sono guastati i rapporti con Paolo Berlusconi”, ma tutti (a partire dallo stesso Montanelli) pensarono e scrissero: “Silvio Berlusconi ce l’ha con il direttore del Giornale”. Aveva detto Fede:
“Questo giornale può combattere le sue battaglie civili grazie ai miliardi che Silvio Berlusconi prima, il fratello Paolo poi, impegnano, e perdono, per tenerlo in vita. Il disegno politico di Segni è lo stesso di Berlusconi. Ma Montanelli appoggia Segni e dice no a Berlusconi. Atto di coraggio al quale andrebbe accompagnata la coerenza.
La coerenza delle dimissioni”.
Fede sostenne poi: “Non ho ricevuto un ordine. Ho agito di testa mia”. E la cosa è plausibile. Certo, la sua uscita rifletteva un clima, un atteggiamento ormai consolidatosi nel presidente della Fininvest e nel suo entourage.
L’obbiettivo della battaglia di gennaio lanciata da Arcore, nel momento in cui il sommo leader si gettava nell’agone politico, era intuibile, e Montanelli non ci mise molto a capirlo: bisognava che il direttore del Giornale si adeguasse; e se no, se ne andasse.
La strategia fu esposta con esemplare chiarezza dallo stesso Silvio Berlusconi in una visita diretta ai redattori del Giornale, riuniti un sabato in assemblea. Il presidente della Fininvest si presentò - e su questo nessuno ebbe dubbi, in quella riunione - come il vero editore. Tant’è vero che affrontò direttamente le questioni della linea del Giornale, e ad esse collegò gli eventuali finanziamenti. Disse testualmente: “se il Giornale combatterà la battaglia contro la sinistra con una strategia e una tattica adeguate alle posizioni degli altri non mancheranno i mezzi per un rafforzamento della linea del Giornale”. Aggiunse poi, con una metafora guerriera ricorrente nei suoi discorsi (in altra occasione avrebbe parlato di “chiamata alle armi” a proposito della iscrizione a “Forza Italia”) che contro avversari ben armati era “tempo di battersi non con il fioretto, ma con il mitra”.
La reazione di Montanelli fu sdegnata. L’editore - quello vero - veniva in casa sua “a mettergli contro i redattori”. Era un fatto senza precedenti, in violazione non solo delle norme di legge (tanto che un giurista, l’avvocato Domenico D’Amati, sollecitò la revoca delle concessioni alla Fininvest e l’immediata disattivazione degli impianti, perché “chi ha posizione dominante nella proprietà di un giornale quotidiano non può possedere reti televisive nazionali”), ma anche della buona educazione. Forse per rimediare alla gaffe, Silvio Berlusconi invitò a pranzo il direttore del Giornale.
Il giorno dopo era domenica. Il Milan giocava a San Siro. Il pranzo in via Rovani, perciò, fu brevissimo:
tagliatelle al sugo, e via. Certo, non una marcia indietro del Cavaliere, né una manifestazione di cortesia e di rispetto verso il vecchio Montanelli. “Un pranzo tranquillo, in cui s’è parlato di tante cose, come si fa tra vecchi amici”, commentò Fedele Confalonieri. E invece la rottura era consumata. Il giorno dopo, mentre si apprestava a vergare la lettera di dimissioni dal quotidiano che aveva fondato vent’anni prima, Montanelli raccontò senza imbarazzo che idea s’era fatto di Berlusconi e della sua avventura politica: “Pensa di essere un incrocio tra Churchill e De Gaulle, e ci crede veramente... Ma quando Berlusconi andrà in parlamento tutti quanti si alzeranno e gli grideranno: Biscione, Biscione...”.

La chiusura del cerchio

La campagna elettorale di Silvio Berlusconi si aprì ufficialmente il 26 gennaio 1994 con una cassetta registrata di nove minuti inviata alle tv pubbliche e private, con preghiera di trasmetterla integralmente. In onda su Rete quattro all’ora del the, il Cavaliere annunciava le dimissioni dalle cariche societarie nella Fininvest, ma manteneva interamente la proprietà del gruppo. Designava a sostituirlo Fedele Confalonieri come presidente (avrebbe indicato poi il fido Gianni Letta come “garante” dell’imparzialità e dell’equilibrio delle sue tre reti tv).In realtà, al di là delle resistenze di alcuni giornalisti e conduttori interni al gruppo, la campagna di “Forza Italia” si caratterizzava subito per l’uso sfrenato della posizione di monopolio delle tv berlusconiane. I discorsi del leader erano trasmessi in diretta, programmi di “interviste alla gente” erano usati come sedi di esaltazione del capo, migliaia di spot in cui Berlusconi era “testimonial” di se stesso invadevano i tre canali nazionali della Fininvest, ad ogni ora del giorno. Il sostenitore della dialettica liberaldemocratica mostrava di preferire, al contraddittorio tipico delle società occidentali, la predicazione solitaria.
Si prefigurava così - fatto inedito in un Paese moderno e democratico - la chiusura del cerchio infernale del potere di un uomo solo: l’economia, l’informazione, la politica. Il piccolo costruttore di Brugherio era diventato il protagonista di un esperimento destinato a fare storia.

APPENDICE

DA «L’ITALIA CHE NOI VOGLIAMO» (Manuale politico distribuito dalla Fininvest ai venditori di “Programma Italia”) “A titolo esemplificativo si ricordano le seguenti attività. Propaganda orale, distribuzione di materiale, prenotazione locali pubblici per riunioni, attacchinaggio, organizzazione banchetti per raccolta firme, accordi con commercianti per vetrine e ospitalità merchandising, distribuzione materiale merchandising, servizio telefonico, contatti con la burocrazia locale, servizio d’ordine, mansioni d’ufficio (segreteria, archivio, fotocopiatura, corrispondenza, varie, statistiche, propaganda telefonica ecc.), commissioni varie.
L’organizzazione dei singoli Club sarà conforme alle disposizioni dello Statuto.
1) La sede: non necessariamente i Club dovranno avere sede fissa. Per il reperimento dei locali si suggerisce il rivolgersi a simpatizzanti liberi professionisti (avvocati, medici, notai) oppure ad albergatori, ristoratori, imprenditori, commercianti o artigiani che potrebbero inizialmente mettere a disposizione spazio e telefono.
2) Il reclutamento dei volontari si baserà anche sulla condivisione dei principi. Si suggerisce che si formi un primo nucleo di simpatizzanti molto convinti che tengano riunioni periodiche di aggiornamento al quale affidare a catena il reclutamento successivo. Le graduali acquisizioni dei volontari andranno documentate in un archivio sistematico in base alla modulistica che verrà preparata. L’attività dei volontari coprirà sia la fase preelettorale che quella elettorale.

ATTIVITÀ

1) Riunione di formazione politica e discussione degli “atti”.
2) Ricerca di aderenti e volontari per supporto campagne e candidati. (Telefonisti, distributori materiale propagandistico, responsabili servizio d’ordine, raccolta firme per presentazione candidature, attività di affissione).
3) Invio di lettere alla stampa e alla televisione (briefs). Scrivono ai giornali per esprimere la necessità di un radicale cambiamento della politica.
4) Individuano persone “comuni” che possano ben figurare intervenendo a trasmissioni televisive, in stretto contatto con la struttura Selezione Presenze Tv.
5) Partecipazione alle conventions dei Candidati.
6) Organizzano conferenze e dibattiti anche per la presentazione dei materiali inviati dal Centro. Per esempio:
videocassette o documenti su determinati argomenti (fare elenco dei temi e delle possibili iniziative).
N.B. Risvolti organizzativi, traffico di informazioni e materiali col Centro molto rilevanti.
IL MESSAGGIO DI BERLUSCONI IN TV

(26 gennaio 1994)

L’Italia è il paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze e i miei orizzonti. Qui ho imparato da mio padre e dalla vita il mestiere di imprenditore, qui ho anche appreso la passione per la libertà.
Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un paese illiberale governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare. Per poter compiere questa nuova scelta di vita ho rassegnato oggi stesso le mie dimissioni da ogni carica sociale nel gruppo che ho fondato. Rinuncio dunque al mio ruolo di editore e di imprenditore per mettere la mia esperienza e tutto il mio impegno a disposizione di una battaglia in cui credo con assoluta convinzione e con la più grande fermezza So quel che non voglio e, insieme con molti italiani che mi hanno dato la loro fiducia, so anche quel che voglio, e ho anche la ragionevole speranza di riuscire a realizzarlo con quelle forze liberali e democratiche che sentono il dovere civile di offrire al Paese un’alternativa credibile al governo delle sinistre e dei comunisti.
La vecchia classe politica italiana è stata travolta dai fatti e superata dai tempi. L’autoaffondamento dei vecchi governanti, schiacciati dal peso del debito pubblico e dal sistema del finanziamento illegale dei partiti, lascia il Paese impreparato e incerto nel momento difficile del rinnovamento e del passaggio a una nuova repubblica.
Mai come in questo momento l’Italia, che giustamente diffida di profeti e salvatori, ha bisogno di persone con la testa sulle spalle e di esperienza consolidata, creative ed innovative, capaci di dare una mano, di far funzionare lo Stato.
Il movimento referendario ha condotto alla scelta popolare di un nuovo sistema di elezione del parlamento.
Ma, affinché il nuovo sistema funzioni, è indispensabile che al cartello delle sinistre si opponga un polo delle libertà che sia capace di attrarre a sé il meglio di un Paese pulito, ragionevole, moderno. Di questo polo delle libertà dovranno far parte tutte le forze che si richiamano ai principi fondamentali delle democrazie occidentali, a partire da quel mondo cattolico che ha generosamente contribuito all’ultimo cinquantennio della nostra storia unitaria.
L’importante è saper proporre anche ai cittadini italiani gli stessi obiettivi e gli stessi valori che hanno fin qui consentito lo sviluppo delle libertà nelle grandi democrazie occidentali. Quegli obiettivi e quei valori che invece non hanno mai trovato piena cittadinanza in nessuno dei Paesi governati dai vecchi apparati comunisti, per quanto riverniciati e riciclati. Né si vede come a questa regola elementare potrebbe fare eccezione soltanto l’Italia. Gli orfani e i nostalgici del comunismo, infatti, non sono soltanto impreparati al governo del Paese, portano con sé anche un retaggio ideologico che stride e fa a pugni con l’esigenza di un’amministrazione pubblica che voglia essere liberale in politica e liberista in economia.
Le nostre sinistre pretendono di essere cambiate, dicono di essere diventate liberaldemocratiche. Ma non è vero, i loro uomini sono sempre gli stessi; la loro mentalità, la loro cultura, i loro più profondi convincimenti, i loro comportamenti sono rimasti gli stessi. Non credono nel mercato; non credono nell’iniziativa, non credono nel profitto, non credono nell’individuo, non credono che il mondo possa migliorare attraverso l’apporto libero di tante persone diverse l’una dall’altra.
Non sono cambiati, ascoltateli parlare, guardate i loro telegiornali pagati dallo Stato, leggete la loro stampa. Non credono più in niente. Vorrebbero trasformare il Paese in una piazza urlante che grida, che inveisce, che condanna.
Per questo siamo costretti a contrapporci a loro: perché noi crediamo nell’individuo, nella famiglia, nell’impresa, nella competizione, nello sviluppo, nell’efficienza, nel mercato libero e nella solidarietà figlia della giustizia e della libertà.
Se ho deciso di scendere in campo con un nuovo movimento, e se ora chiedo di scendere in campo anche a voi, a tutti voi, ora, subito, prima che sia troppo tardi, è perché sogno a occhi ben aperti una società libera di donne e di uomini dove non ci sia la paura, dove al posto dell’invidia sociale e dell’odio di classe ci siano la generosità, la dedizione, la solidarietà, l’amore per il lavoro, la tolleranza e il rispetto per la vita.
Il movimento politico che vi propongo si chiama, non a caso, Forza Italia. Ciò che vogliamo farne è una libera organizzazione di elettrici e di elettori di tipo totalmente nuovo; non l’ennesimo partito o l’ennesima fazione che nascono per dividere, ma una forza che nasce con l’obiettivo opposto: quello di unire per dare finalmente all’Italia una maggioranza e un governo all’altezza delle esigenze più profondamente sentite dalla gente comune.
Ciò che vogliamo offrire agli italiani è una forza politica fatta di uomini totalmente nuovi. Ciò che vogliamo offrire alla nazione è un programma di governo fatto solo di impegni comprensibili. Noi vogliamo rinnovare la società italiana, noi vogliamo dare sostegno e fiducia a chi crea occupazione e benessere, noi vogliamo accettare e vincere le grandi sfide produttive e tecnologiche dell’Europa e del mondo moderno, noi vogliamo offrire spazio a chiunque ha voglia di fare e di costruire il proprio futuro al nord come al sud.
Vogliamo un governo e una maggioranza parlamentare che sappiano dare dignità al nucleo originario di ogni società: la famiglia che sappiano rispettare ogni fede e che suscitino ragionevoli speranze per chi è più debole, per chi cerca lavoro, per chi ha bisogno di cure; per chi, dopo una vita operosa, ha diritto di vivere in serenità. Un governo e una maggioranza che portino più attenzione e rispetto all’ambiente, che sappiano imporsi con la massima determinazione alla criminalità, alla corruzione, alla droga, e sappiano garantire ai cittadini più sicurezza, più ordine e più efficienza.
La storia d’Italia, la nostra storia, è a una svolta. Da imprenditore, da cittadino, e ora da cittadino che scende in campo senza nessuna timidezza ma con la determinazione e la serenità che la vita mi ha insegnato, vi dico che è possibile farla finita con una politica di chiacchiere incomprensibili, di stupide baruffe e di politicanti senza mestiere. Vi dico che è possibile realizzare insieme un grande sogno: quello di un’Italia più giusta, più generosa verso chi ha bisogno, più prospera e serena, più moderna ed efficiente; che sia protagonista in Europa e nel mondo. Vi dico che possiamo. Vi dico che dobbiamo costruire insieme, per noi e per i nostri figli, un nuovo miracolo italiano.
IO, PRETORE, E I PUFFI

di NICOLA TRIFUOGGI

Nicola Trifuoggi, oggi Procuratore capo presso la Procura circondariale di Chieti, ricorda qui un episodio del 1984. (Da “Avvenimenti” n. 6, 1994)

Correva l’anno 1974. Con eccezionale tempismo, due settimane prima dell’inizio del campionato mondiale di calcio, il ministro Togni ordinò l’abbattimento dei ripetitori delle stazioni televisive estere (Svizzera, Capodistria), assestando così un fiero colpo sia alla libera circolazione delle idee, sia alle aspettative degli inconsapevoli abitanti della Padania e dell’Etruria, che, non sospettando minimamente la prossima disfatta della squadra azzurra, capace di battere solo Haiti dopo essere stata in svantaggio, sognavano di vivere televisivamente a colori l’avvenimento.
Il provvedimento, oltre che temporalmente inopportuno (da un pezzo si vedevano in Italia le trasmissioni delle due emittenti estere ed era divenuto abbastanza fiorente il commercio di televisori a colori e di quelli in bianco e nero che i rivenditori disonesti garantivano assurdamente “predisposti per il colore”), era particolarmente grave, anche se coerente con le norme vigenti all’epoca, della cui necessità di modifica peraltro il ministro ben poteva farsi promotore, poiché seguiva di poco il provvedimento del predecessore ministro Gioia, che nel maggio 1973 aveva disposto la disattivazione degli impianti di televisione via cavo.
Era stata, in sostanza, stroncata in poco più di un anno ogni speranza di un’informazione radiotelevisiva pluralistica, completa e obiettiva.
A porre rimedio alla situazione intervenne però immediatamente la Corte Costituzionale, che, con due sentenze del 10 luglio 1974, affermò l’illegittimità sia di un monopolio statale del mezzo radiotelevisivo non gestito in modo da garantire l’obiettività e la completezza dell’informazione e da favorire e rendere effettivo il diritto di accesso, sia dell’esclusiva statale per l’impianto e l’esercizio di stazioni locali di televisione via cavo e per le attività inerenti ai ripetitori di stazioni trasmittenti estere.
Dopo che, conformemente alle sue indicazioni, la normativa nel 1975 era stata modificata, la Corte si occupò ancora una volta di diffusione radiofonica e televisiva nel luglio 1976, affermando la legittimità, fino ad allora esclusa, anche degli impianti via etere di portata non eccedente l’ambito locale.
Pur ribadendo la legittimità del monopolio statale su scala nazionale sia per la limitatezza delle frequenze disponibili, sia perché “la radiodiffusione sonora e televisiva su scala nazionale rappresenta un servizio pubblico essenziale e di preminente interesse generale”, motivò la Corte asserendo che per le trasmissioni su scala locale via etere esisteva una sufficiente disponibilità di frequenze e che del resto, data la limitazione territoriale, era da escludere il pericolo di monopoli ed oligopoli.
La stessa Corte, infine, nel luglio 1981, riaffermò che legittimamente era preclusa alle imprese private la possibilità di istituire e gestire in qualsiasi modo attività televisive aventi carattere nazionale, con espresso riferimento anche “al fenomeno delle interconnessioni fra stazioni locali emittenti, effettuate in modo tale da estendere la diffusione a tutto il territorio nazionale”.
Questa era la situazione normativa quando, nel 1984, quale pretore penale a Pescara, esaminai la denuncia dell’avvocato genovese Eugenio Porta, presidente dell’Associazione nazionale televisivi indipendenti (Anti), che lamentava la creazione di tre networks (CanaIe 5, Italia 1, Retequattro), che, avendo acquistato impianti a testate in tutta Italia, effettuavano trasmissioni su scala nazionale non col sistema dell’interconnessione strutturale, cioè mediante collegamento di ripetitori, ma con quello dell’interconnessione funzionale, per il quale i cosiddetti studi di produzione delle emittenti locali controllate trasmettevano contemporaneamente gli stessi programmi preregistrati.
La denuncia era stata inviata a tutte le Preture nel cui territorio si trovavano gli “studi di produzione”, ma solo io e due pretori di Roma e di Torino decidemmo di intervenire, disponendo, quasi in contemporanea, il sequestro degli impianti nei rispettivi mandamenti, da cui derivò, per Abruzzo, Lazio e Piemonte, l’oscuramento delle tre reti private dal 16 ottobre 1984.
Le reazioni furono immediate e violente: ci si accusò di aver fatto eseguire i sequestri contemporaneamente per sostituirci al Governo e al Parlamento (non era vero: se ben ricordo i provvedimenti erano stati emessi in date diverse, ma furono eseguiti quando chi doveva materialmente farlo fu pronto), di aver fatto, intervenendo a differenza di altri magistrati che avevano archiviato la denuncia, una scelta politica (contesto anche questo: è chi decide di non applicare una legge che fa una scelta politica inammissibile, non chi fa il suo dovere), di aver cancellato con provvedimenti errati e bizzarri otto anni di libertà di antenna (quando, nel rigoroso rispetto delle norme risultanti dalle pronunce della Corte Costituzionale, il principio ispiratore e l’obiettivo erano esattamente contrari, a tutela delle vere emittenti locali).
Il giorno successivo il dottor Silvio Berlusconi fu ricevuto, secondo quanto riportato dai giornali, dal presidente del Consiglio dei Ministri onorevole Bettino Craxi, che, nonostante avesse qualche altro problema (si preparava la memorabile “stangata Visentini”), gli garantì l’immediato intervento, come ribadì il giorno dopo a Londra, dove si era recato, affermando che bisognava ripristinare subito la libertà di espressione, l’uguaglianza tra i cittadini e il dominio del buon senso e soggiungendo: “Questi pretori mi hanno fatto veramente arrabbiare”.
Vi fu poi una sorta di sollevazione popolare nazionale (non so quanto spontanea e genuina poiché continuavo a vivere a Pescara la mia vita normale, senza avvertire ostilità di sorta intorno a me), fomentata in particolare da trasmissioni dei network, in onda nelle altre regioni, in cui sfilavano personaggi più o meno noti che lamentavano affranti che i loro figli non potevano più seguire le avventure dei Puffi, graziosi gnomi azzurri protagonisti di cartoni animati, e i loro anziani genitori erano in pena per le sorti dei protagonisti di “Dallas”, causando ondate di indignazione, convogliate, su invito di uno dei conduttori, in telefonate e lettere di insulti (tutte rigorosamente e coraggiosamente anonime) ai tre pretori, sui quali circolavano anche voci orribili e assurde (ad esempio, che continuavamo con le nostre famiglie a vedere le trasmissioni oscurate con diaboliche apparecchiature forniteci dalla Rai, godendo così di un privilegio).
Intanto, poiché i provvedimenti di sequestro non erano né bizzarri né errati (quello da me emesso non fu neanche impugnato, benché ne avessi rivelato la possibilità, facendo anche ricopiare il relativo articolo del codice, all’ignaro avvocato milanese che difendeva il dottor Berlusconi), l’unico modo di superarli era quello di cambiare la legge, come fu puntualmente fatto col decreto governativo del 20 ottobre, che però fu inopinatamente respinto a scrutinio segreto della Camera, col concorso di circa sessanta franchi tiratori, nella seduta del 28 ottobre.
Riproposto il 6 dicembre 1984, il decreto venne poi convertito nella legge 4 febbraio 1985, n. 10, pubblicata il giorno successivo in un’edizione straordinaria della Gazzetta Ufficiale.
Con questa non solo si legittimavano tutte le trasmissioni su scala nazionale, ma si cancellavano anche i reati commessi in precedenza dai responsabili delle grandi reti. Giustizia era stata finalmente fatta!

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